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	<title>Centro di psicologia ad indirizzo clinico e dell&#039;età evolutiva e psicoterapia. Dott.ssa Patrizia Tombaccini e Dott.ssa Tatiana Parma &#187; Tatiana Parma</title>
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	<description>Psicologia Treviso - Studio di Psicologia e Psicoterapia  -  Carbonera</description>
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		<title>L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): cos&#8217;è?</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2015 16:35:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto allo stress traumatico. L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/lemdr-eye-movement-desensitization-and-reprocessing-cose/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’EMDR (dall’inglese <i>Eye Movement Desensitization and Reprocessing</i>, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto allo stress traumatico.<br />
L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche o particolarmente stressanti dal punto di vista emotivo.<span id="more-404"></span><br />
Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi disturbanti legati all’evento traumatico hanno una desensibilizzazione, perdono la loro carica emotiva negativa. Il cambiamento è molto rapido, indipendentemente dagli anni che sono passati dall’evento. L’immagine cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta, i pensieri intrusivi in genere si attutiscono o spariscono, diventando più adattivi dal punto di vista terapeutico e le emozioni e sensazioni fisiche si riducono di intensità. L’elaborazione dell’esperienza traumatica che avviene con l’EMDR permette al paziente, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva che avviene, di cambiare prospettiva, cambiando le valutazioni cognitive su di sé, incorporando emozioni adeguate alla situazione oltre ad eliminare le reazioni fisiche. Questo permette, in ultima istanza, di adottare comportamenti più adattivi. Dal punto di vista clinico e diagnostico, dopo un trattamento con EMDR il paziente non presenta più la sintomatologia tipica del disturbo post-traumatico da stress, quindi non si riscontrano più gli aspetti di intrusività dei pensieri e ricordi, i comportamenti di evitamento e l’iperarousal neurovegetativo nei confronti di stimoli legati all’evento, percepiti come pericolo. Un altro cambiamento significativo è dato dal fatto che il paziente discrimina meglio i pericoli reali da quelli immaginari condizionati dall’ansia.<br />
<b>Si sente che veramente il ricordo dell’ esperienza traumatica fa parte del passato e quindi viene vissuta in modo distaccato. I pazienti in genere riferiscono che, ripensando all’evento, lo vedono come un “ricordo lontano”, non più disturbante o pregnante dal punto di vista emotivo.<br />
</b>Dopo l’EMDR il paziente ricorda l’evento ma il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più adattiva. L’esperienza è usata in modo costruttivo dall’individuo ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo. Cioè il paziente realizza le connessioni di associazioni appropriate, quello che è utile è appreso ed immagazzinato con l’emozione corrispondente ed è disponibile per l’uso futuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Quali sono le basi dell’EMDR?<br />
</b>L’approccio EMDR, adottato da un numero sempre crescente di psicoterapeuti in tutto il mondo, è basato sul modello di elaborazione adattiva dell’Informazione (AIP). Secondo l’AIP, l’evento traumatico vissuto dal soggetto viene immagazzinato in memoria insieme alle emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti che hanno caratterizzato quel momento. Tutte queste informazioni immagazzinate in modo disfunzionale, restano “congelate” all’interno delle reti neurali e incapaci di mettersi in connessione con le altre reti con informazioni utili. Le informazioni ”congelate” e racchiuse nelle reti neurali, non potendo essere elaborate, continuano a provocare disagio nel soggetto, fino a portare all’insorgenza di patologie come il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici. Le cicatrici degli avvenimenti più dolorosi, infatti, non scompaiono facilmente dal cervello: molte persone <strong>continuano</strong> dopo decenni a soffrire di sintomi che ne condizionano il benessere e impediscono loro di riprendere una nuova vita.<br />
L’obiettivo dell’EMDR è quello di ripristinare il naturale processo di elaborazione delle informazioni presenti in memoria per giungere ad una risoluzione adattiva attraverso la creazione di nuove connessioni più funzionali. Una volta avvenuto ciò, il paziente può vedere l’evento disturbante e se stesso da una nuova prospettiva. L’EMDR considera tutti gli aspetti di un’ esperienza stressante o traumatica, sia quelli cognitivi ed emotivi che quelli comportamentali e neurofisiologici. Utilizzando un protocollo strutturato il terapeuta  guida il paziente nella descrizione dell’evento traumatico, aiutandolo a scegliere gli elementi disturbanti importanti.  Al termine della seduta di EMDR, quando il processo di rielaborazione ha raggiunto la risoluzione adattiva, l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.<br />
Attraverso il trattamento con l’EMDR è dunque possibile alleviare la sofferenza emotiva, permettere la riformulazione delle credenze negative e ridurre l’arousal fisiologico del paziente.<br />
Questo approccio risulta efficace anche con i pazienti che hanno difficoltà nel verbalizzare l’evento traumatico che hanno vissuto. L’EMDR, infatti, utilizza tecniche che possono fornire al paziente un maggior controllo verso le esperienze di esposizione (poiché non si basa su interventi verbali), e che possono aiutarlo nella regolazione e nella gestione delle emozioni intense che potrebbero scaturire durante la fase di elaborazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>L’EMDR come approccio evidence -based<br />
</b>Nel lasso di trent’anni dalla sua scoperta, ad opera della ricercatrice americana Francine Shapiro, l’EMDR ha ricevuto più conferme scientifiche di qualunque altro metodo usato nel trattamento dei traumi. Oggi è riconosciuto come metodo <i>evidence based</i> per il trattamento dei disturbi post traumatici, approvato, tra gli altri, <i>dall’American Psychological Association</i> (1998-2002), dall’<i>American Psychiatric Association</i> (2004), dall<i>’International Society for Traumatic Stress Studies</i> (2010) e dal nostro <i>Ministero della salute</i> nel 2003. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’agosto del 2013, ha riconosciuto l’EMDR come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.<br />
L’efficacia dell‘EMDR è stata dimostrata in tutti i tipi di trauma, sia per il Disturbo Post Traumatico da Stress che per i traumi di minore entità.  La ricerca recente mostra che, attraverso l’utilizzo dell’EMDR, le persone possono beneficiare degli effetti di una psicoterapia che una volta avrebbe impiegato anni per fare la differenza. Alcune ricerche hanno infatti dimostrato che tra l’84% e il 90% dei pazienti che riportavano l’esperienza di un singolo evento traumatico non mostravano più i sintomi di un Disturbo da Stress Post-traumatico dopo sole 3 sessioni di EMDR da 90 minuti ciascuna. L’efficacia dell’EMDR nel trattamento del PTSD è ormai ampiamente riconosciuta e documentata, ma attualmente l’EMDR è un approccio terapeutico ampiamente usato anche per il trattamento di varie patologie e disturbi psicologici. Data l’importanza che gli eventi traumatici (siano essi traumi singoli che cumulativi e relazionali) rivestono nello sviluppo di differenti patologie, diviene importante affrontarle attraverso un approccio che tenga in considerazione e riesca ad intervenire sull’origine traumatica di tali disturbi.<br />
La ricerca riguardante l’EMDR è una delle prime in cui sono stati evidenziati i cambiamenti neurobiologici che si verificano durante ogni seduta di psicoterapia, rendendo l’EMDR il primo trattamento psicoterapeutico con un’efficacia neurobiologica provata. Le scoperte in questo campo confermano l’associazione tra i risultati clinici di questa terapia e alcuni cambiamenti a livello delle strutture e del funzionamento cerebrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dato il riconoscimento a livello mondiale dell’efficacia di questo metodo terapeutico per il trattamento del trauma, ad oggi più di 120.000 clinici in tutto il mondo usano questa terapia. Milioni di persone sono state trattate con successo negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Fare psicoterapia nell&#8217;era postmoderna</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2015 08:54:08 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Approccio clinico]]></category>
		<category><![CDATA[Tatiana Parma]]></category>
		<category><![CDATA[costruzionismo sociale]]></category>
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		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il postmodernismo rifiuta l&#8217;esistenza di una verità unica e oggettivabile, rigetta ogni pretesa di assolutismo e determinismo, invita ad apprezzare la complessità e la diversità del sapere umano. La sfida per la psichiatria del terzo millennio è sicuramente costituita dal &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/approccio-clinico/fare-psicoterapia-nellera-postmoderna/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a>Il postmodernismo rifiuta l&#8217;esistenza di una verità unica e oggettivabile, rigetta ogni pretesa di assolutismo e determinismo, invita ad apprezzare la complessità e la diversità del sapere umano. La sfida per la psichiatria del terzo millennio è sicuramente costituita dal superamento dei modelli riduzionistici. L&#8217;intervento psichiatrico può acquisire maggiore adeguatezza ed efficacia essenzialmente attraverso l&#8217;integrazione tra psichiatria, psicoterapia e riabilitazione. In questa logica, è fondamentale un continuo aggiornamento sui modelli teorici che hanno, peraltro, un&#8217;immediata ricaduta in ambito clinico, in generale, e psicoterapeutico, in particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">9 Novembre 1989: crolla il Muro di Berlino, simbolo della divisione tra Est e Ovest. Il Muro divise la città di Berlino per 28 lunghi anni: dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989, anno in cui la DDR decretò l’apertura delle frontiere con la BRD (NB:Speculare e contemporanea a Berlino, la storia  del muro di Gerusalemme. Proprio mentre cadeva il Muro, ne sorgevano altri, per dividere i territori palestinesi da quelli israeliani. È evidente che le ideologie e i totalitarismi continuano ad essere ben presenti e radicati tra gli esseri umani).<span id="more-386"></span><br />
La caduta del muro diede inizio all’Autunno delle Nazioni, un’ondata rivoluzionaria avvenuta nell’Europa Centrale ed Orientale, quando i regimi comunisti furono rovesciati nel giro di pochi mesi. In quello stesso periodo si dichiarò la fine della guerra fredda. Il crollo del muro è diventato, per questa ragione, il simbolo della crisi delle ideologie e dei totalitarismi, sancendo il passaggio da una cultura moderna ad una cultura postmoderna.<br />
Il pensiero postmoderno è un movimento eclettico, fortemente influenzato da fenomenologia, strutturalismo ed esistenzialismo, in particolare da Nietzsche, Heidegger e dal secondo Wittgenstein (teoria dei giochi linguistici). Tra i più influenti rappresentanti del postmodernismo ricordiamo: Michel Foucault, Jean-François Lyotard, e Jaques Derrida.<br />
Foucault (opere: dal 1961 al 1984) si è avvicinato alla filosofia postmoderna da una prospettiva archeologica, ristoricizzando e destabilizzando le strutture filosofiche del pensiero occidentale. Si è occupato di formazioni discorsive, ossia di come si organizzano i discorsi intorno ai vari saperi (“archeologia del sapere”), in particolare: la sessualità, la follia e la criminalità. Le sue considerazioni più interessanti hanno riguardato la definizione e il cambiamento della conoscenza per opera dei meccanismi di potere e della biopolitica.<br />
Gli scritti di Lyotard sono focalizzati sul ruolo delle narrazioni nella cultura umana e su come tale ruolo sia cambiato quando abbiamo lasciato la modernità e siamo entrati in una condizione postindustriale o postmoderna. Per Lyotard (1979) le filosofie contemporanee legittimano le loro affermazioni di verità non su basi logiche o empiriche, ma piuttosto su basi di storie accettate o metanarrazioni.<br />
Derrida, padre del decostruzionismo, è uno dei maggiori critici della metafisica occidentale. Derrida (2008a; 2008b; 2009a) ha riformalizzato la cultura umana, definendola una rete disgiunta di segni e scritti che proliferano e agiscono, anche in assenza del loro autore.<br />
Il passaggio dal pensiero moderno a quello postmoderno ha influenzato anche il modo in cui gli psicoterapeuti vedono i problemi psicologici ed il loro trattamento, mettendo in discussione le nozioni tradizionali della persona, della psiche, e perfino dei disturbi psicologici e del loro trattamento. Il concetto di Sé, per esempio, non è più considerato una realtà ontologica stabile e separata: l’individuo postmoderno ci appare come unconglomerato di Sé, un’entità sociologica modulata dal linguaggio (Guidano). Come direbbe Heidegger (1956): “sembra che la lingua parli noi, non meno di quanto noi parliamo la lingua”.<br />
In contrapposizione alla visione oggettivistica degli esseri umani come scoperta di fatti e verità, il costruttivismo illustra i modi in cui gli esseri umani costruiscono le loro realtà personali a sociali (Keeney, 1983; Guidano, 1987; Gergen, 1992). Gli esseri umani sono quindi artefici dei loro mondi sociali e psicologici piuttosto che scopritori di &#8220;realtà&#8221; pre-esistenti (Gergen, 1994). Come indicato da Polkinghorne (1992), questa posizione, piuttosto che essere solipsistica, pone l&#8217;accento sui modelli interpretativi comuni a persone che condividono una storia sociale, culturale e persino familiare. Nella visione postmoderna del mondo le idee devono essere &#8220;utili&#8221;, non &#8220;vere&#8221;, ma soprattutto &#8220;non vanno mai sposate&#8221; (Cecchin, 1987; 1997; 2003).<br />
Il pensiero postmoderno ha cambiato il paesaggio psicoterapeutico portando ad una reinterpretazione delle modalità psicoterapeutiche già esistenti e contribuendo allo sviluppo della prospettica narrativa (Epston e White, 1990) e ipertestuale (Giuliani e Nascimbene, 2009).<br />
Ricoeur (1970), rileggendo in chiave postmoderna i contributi della teoria psicoanalitica, ne sottolinea il carattere prettamente ermeneutico: i contenuti di cui si occupa l&#8217;analista sono &#8220;sempre più rappresentativi, dalle fantasie alle opere d&#8217;arte alle convinzioni religiose&#8221;. Inoltre, sebbene Freud intendesse dare alla sua teoria un&#8217;impostazione strettamente scientifica, la teoria non può soddisfare gli stessi criteri logici di altre teorie delle scienze naturali. Più recentemente, Dorpat e Miller (1992) hanno reinterpretato il concetto psicoanalitico del transfert: esso è più di una semplice ripetizione di modalità interattive con le persone significative del passato (oggetti primari), poiché interessa, in modo ricorsivo, anche il rapporto attuale tra l&#8217;analista ed il paziente.<br />
Adler stesso rifiutava la visione di una realtà stabile e conoscibile (Gergen, 1991), anticipando molti assunti del pensiero postmoderno: considerava, infatti, le costruzioni cognitive dell&#8217;essere umano delle &#8220;nozioni fittizie&#8221; che, nonostante tutto, andavano a formare la base del comportamento. Il terapeuta, nella prospettiva adleriana, non è un esperto onnisciente che può dare risposte a soluzioni, il Sé &#8220;creativo&#8221; del cliente è, in definitiva, influenzato dalle sue costruzioni ed aspettative personali e dal loro inserimento nei contesti familiari e culturali (Gergen, 1994).<br />
Nell&#8217;ambito della psicoterapia cognitiva, il postmodernismo presenta, invece, una serie di sfide e criticità e non viene sostenuto da tutte le scuole. Gli approcci costruttivisti di matrice cognitivo-comportamentale, si distanziano dagli approcci tradizionali perché non si interessano al grado di adeguamento alla &#8220;realtà&#8221; delle cognizioni, ma alla loro storia e al loro valore funzionale in specifici contesti (Guidano, 1991). Uno dei compiti principali in queste psicoterapie è dare ai clienti l&#8217;opportunità di sperimentare nuove risposte, che pongano in discussione le strutture di conoscenza disfunzionali e offrano nuove modalità di problem solving, più adeguate al contesto attuale del cliente.<br />
La terapia familiare è stata agevolata in questo mutamento di paradigma dai contributi della teoria dei sistemi. Mentre la tradizione cartesiana del modernismo tentava di analizzare le entità, esaminando le proprietà delle loro parti, chi pensa ai sistemi riconosce che le proprietà intrinseche delle cose non possono essere trovate nelle singole componenti (Capra, 1996). Poiché le parti si uniscono per formare un tutto, emergono nuove proprietà che non possono essere dedotte prima dalle caratteristiche note dei componenti singoli. Pertanto, il terapeuta della famiglia pone l&#8217;attenzione sulle relazioni ed i processi di feedback tra i membri che costituiscono la famiglia come un sistema complesso auto-organizzato, il disagio del singolo (paziente designato) diviene sintomo di un disagio relazionale. Molti terapisti della famiglia, tra i quali Boscolo e Cecchin (et al., 1987), sono stati influenzati dalla concettualizzazione costruttivista della realtà (seconda cibernetica). La Scuola di Milano (Milan Approach) considera il terapeuta &#8220;osservatore nel sistema osservato&#8221; e rinuncia ad ogni pretesa di oggettività: lo sguardo e le ipotesi del terapeuta sono sempre influenzati dalla sua storia, dalle sue premesse, dal fatto di essere, egli stesso, un co-costruttore di realtà e significati (von Foerster, 1987; Maturana e Varela, 1987).<br />
I costruttivisti sociali vedono la realtà quale esito di un processo socialmente negoziato, in cui le pratiche linguistiche costituiscono le &#8220;regole&#8221;, secondo le quali arriviamo alla comprensione del mondo. Pertanto, la narrativa e l&#8217;ermeneutica assumono un ruolo centrale nella comprensione delle convinzioni e delle idee socialmente costruite e mantenute dal sistema familiare. Queste tecniche propongono un&#8217;enfasi sulla prevalenza dell&#8217;esperienza personale, un&#8217;attenzione particolare sul processo di creazione del significato attraverso il linguaggio, a un dedicarsi alla messa in opera del comportamento, come mezzi per la ricostruzione dei problemi.<br />
Uno dei più importanti sviluppi postmoderni della psicoterapia dell&#8217;ultimo decennio è stato l&#8217;emergere della prospettiva narrativa (Epston e White, 1990; White, 1992). I terapisti narrativi tendono a concettualizzare le difficoltà dei clienti come derivanti dalla creazione di storie personali che sono contraddittorie o poco funzionali alle loro esperienze di vita. La terapia consiste nell&#8217;aiutare i clienti a distanziarsi dai loro problemi (processo di esternazione) e a vedere le loro difficoltà come costruzioni aperte alla rinegoziazione ed al cambiamento. Il linguaggio, infatti, è ritenuto essere creatore attivo di realtà piuttosto che semplice specchio di stati di cose esistenti: il gioco di parole umano può condurre a nuovi livelli di significato, che trascendono le loro funzioni originarie di denotazione.<br />
Quasi quarant&#8217;anni fa, la psichiatria ha vissuto la sua primavera: che ne è stato? C’è il pericolo che si ritorni ad una concezione della follia come malattia incurabile, pericolosa e, perciò, da segregare? Si può pensare al postmodernismo come ad una nuova modalità di pensiero che offra maggior flessibilità alla psichiatria e ampli le possibilità di cura nel campo della salute mentale? Non è facile, e certamente poco rassicurante, dover abbandonare l&#8217;idea che esista una realtà oggettiva e oggettivabile. Non è facile, per un terapeuta essere utile al proprio paziente, senza pensare di essere determinante o istruttivo&#8230; dover rinunciare, insomma, alla propria hybris. Se si riesce ad elaborare questo lutto, però, si apre innanzi a noi un nuovo modo di esser-ci, contraddistinto dalla libertà di pensiero, dalla creatività e dal rispetto del sacro (Bateson, Bateson, 1987), che offre, a chi ha il potere e la responsabilità della cura, molte più possibilità di lavoro e di interazione con gli altri, in particolare con il mondo del disagio e della sofferenza.</p>
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		<title>La storia del Milan Approach</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 14:24:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Milan Approach, o più precisamente Scuola di Milano, è un modello di terapia ad orientamento sistemico-familiare e relazionale, sviluppato a Milano a cavallo tra gli anni sessanta e settanta da Mara Selvini Palazzoli, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/la-storia-del-milan-approach/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a>Il Milan Approach, o più precisamente Scuola di Milano, è un modello di terapia ad orientamento sistemico-familiare e relazionale, sviluppato a Milano a cavallo tra gli anni sessanta e settanta da Mara Selvini Palazzoli, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata (psichiatri, psicoterapeuti). I riferimenti teorici della Scuola di Milano sono numerosi e si sono evoluti nel tempo. Possiamo tuttavia identificare come basi di partenza gli studi di Bateson e del gruppo di Palo Alto (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1967), la teoria generale dei sistemi (von Bertalanffy, 1968), la cibernetica di primo ordine e, successivamente, la cibernetica di secondo ordine (von Foerster, 1987), il costruttivismo (Maturana e Varela, 1987) e il costruzionismo sociale (Gergen e McNamee, 1998).<br />
Il modello milanese è conosciuto in tutto il mondo ed è seguito, in modo più o meno esplicito, da numerosi terapeuti. Fu Mara Selvini Palazzoli a stabilire i primi legami professionali con clinici e ricercatori internazionali, grazie alla pubblicazione del testo “L&#8217;anoressia mentale” (1963). La Selvini Palazzoli, fino ad allora medico psicoanalista, venne riconosciuta come uno tra i più importanti studiosi sistemici, proprio per le modalità con cui trattava in terapia le sue pazienti. Nel 1971 fondò il Centro per lo Studio della Famiglia, chiamando a collaborare con lei gli amici e colleghi Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata, che divennero noti in tutto il mondo come “i quattro della Scuola di Milano”.<span id="more-389"></span><br />
L’evoluzione da un modello psicoanalitico ad un modello sistemico-familiare avvenne gradualmente e in modo sperimentale: i “quattro” iniziarono a vedere le famiglie alla fine della settimana lavorativa, solitamente il venerdì, mentre, i restanti giorni, continuavano ad esercitare la loro professione di psicoanalisti. Nelle pause riflettevano sul loro operato e studiavano i lavori del gruppo di Palo Alto, finché, nel 1975, uscì “Paradosso e Controparadosso”, pietra miliare della terapia strategica, che sancì ufficialmente la loro affrancatura dall’ortodossia psicoanalitica. A spronarli fu anche Paul Watzlawick, che nei suoi viaggi in Italia visitò il Centro e citò la Scuola di Milano in più di un&#8217;occasione.<br />
L’esordio sulla scena clinica internazionale fu nel 1974, con la pubblicazione del primo articolo in inglese: “The Treatment of Children through Brief Therapy of Their Parents”, dove vennero messi in evidenza i primi temi fondamentali del metodo milanese: l&#8217;importanza dell&#8217;invio, l&#8217;uso dell&#8217;équipe terapeutica, la connotazione positiva e, in special modo, le prescrizioni di rituali familiari, interventi per l&#8217;epoca innovativi, usati per cambiare l&#8217;interazione familiare. Si approfondirono, quindi, le dinamiche relazionali implicate nel disturbo anoressico, nonché la complessità delle famiglie a transazioni schizofreniche, pubblicando studi e ricerche all&#8217;avanguardia.<br />
La pubblicazione di “Paradosso e Controparadosso” fu il manifesto del loro nuovo modus operandi. La famiglia venne intesa come un sistema in cui il sintomo è mantenuto da modelli transazionali governati da regole. Venne introdotto il concetto di hybris, &#8220;la supponenza, la tracotanza, la tensione simmetrica esasperata”, tipica del pensiero rigido e disfunzionale. Il gruppo spiegò dettagliatamente le proprie modalità operative, a partire dalla struttura delle sedute, fino alla descrizione dettagliata delle tecniche e prescrizioni tra cui: la connotazione positiva, i rituali familiari, le tecniche per recuperare gli assenti, quelle per aggirare la disconferma, ecc.<br />
L&#8217;idea di base era che il comportamento sintomatico servisse, paradossalmente, a mantenere l&#8217;omeostasi della famiglia e che, pertanto, fosse necessario un intervento controparadossale per sostituirla con una più funzionale. Per far ciò, all&#8217;ingiunzione paradossale elaborata dalla Scuola di Palo Alto, il Centro associò le tecniche sopra citate: una vera innovazione per l&#8217;epoca. “Paradosso e Controparadosso” rappresentò la prima fase del pensiero sistemico della scuola di Milano, detta “strategica”: la terapia era vista come una guerra o come una partita a scacchi contro ciò che si riteneva disfunzionale o patologico.<br />
L&#8217;approccio milanese subì, in un secondo momento, l&#8217;influenza del pensiero della complessità e del costruttivismo, attraverso le figure di Heinz von Foerster, Humberto Maturana e Francisco Varela. Nel 1980 uscì su Family Process l&#8217;articolo “Ipotizzazione, circolarità, neutralità: tre direttive per la conduzione della seduta”, l&#8217;ultimo firmato dai &#8220;quattro&#8221;. Quell&#8217;articolo rappresentò la sintesi del loro lavoro in équipe e gettò le basi per quello che sarà il loro successivo affrancamento. Mara Selvini Palazzoli e Giuliana Prata proseguirono con la ricerca, mentre Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin si interessarono alla formazione di futuri terapeuti e alla divulgazione del loro modello in tutto il mondo.<br />
Mara Selvini Palazzoli fondò solo più tardi (nel 1993) una scuola di psicoterapia presso il &#8220;Nuovo Centro di Terapia della Famiglia&#8221;, avvalendosi della collaborazione di Stefano Cirillo, Anna Maria Sorrentino e del figlio Matteo Selvini. Insieme, si concentrarono sull’analisi dei pattern relazionali delle famiglie disfunzionali, i cosiddetti &#8220;giochi psicotici” (1988), per poi approdare a tecniche che integravano la terapia individuale e familiare, la teoria dell&#8217;attaccamento e alcuni modelli psicodinamici (Gabbard, 2007). Mara Selvini Palazzoli morì nel 1999, la rivista &#8220;Terapia Familiare&#8221; le consacrò una serie di necrologi nel numero 64 del novembre 2000.<br />
Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin hanno invece proseguito con lo studio di Bateson, Maturana e Varela e von Foerster, aderendo al paradigma della seconda cibernetica, in cui si rinuncia ad ogni pretesa di oggettività e si pone l&#8217;attenzione sull&#8217;osservatore più che sul sistema osservato. Questo, a loro dire, anche grazie alle continue domande dei loro allievi, che, per carpire i segreti del “buon terapeuta”, non perdevano occasione di farli riflettere sul loro operato durante le terapie, costringendoli, come direbbero Maturana e Varela (1987), a comunicare sulle loro comunicazioni.<br />
Cecchin (et al. 1992; 1997) si è occupato, prevalentemente, delle premesse e dei pregiudizi del terapeuta, invitando sempre ad un atteggiamento di curiosità (1987), da affiancare all’ipotizzazione, alla circolarità e alla neutralità: i tre cardini del Milan Approach. Il lavoro con l’équipe dietro lo specchio unidirezionale risulta, quindi, fondamentale per prendere consapevolezza di tali processi e monitorarsi costantemente.<br />
Altro concetto cardine è l’irriverenza, la non accondiscendenza alle “idee perfette” (2003), che sono considerate “hybris delle prigioni della mente”. Una riflessione importante è il significato di matrice esistenziale del “ti vedo” cecchiniano (Bozzetto, 2010): un uomo esiste al mondo (dasein) solo se è visto da un altro uomo, il disagio e la malattia sono spesso un modo che usano le persone per essere riconosciute, viste, considerate.<br />
Cecchin è morto nel 2004, in un tragico incidente d’auto, lasciando un’eredità e degli stimoli preziosi, ma anche tanti rimpianti per tutto quello che avrebbe ancora potuto dire e fare. Una caratteristica importante del suo modo di pensare era, appunto, la provvisorietà e il fatto che fosse in eterno work in progress. Per questa ragione, nell’ultima fase, preferiva sostituire la parola “fantasia” ad “ipotesi”, proprio perché permetteva al terapeuta di essere più libero e irriverente (…anche dal pensiero razionale a cui è connesso il concetto stesso di &#8220;ipotesi&#8221;).<br />
Luigi Boscolo, parallelamente, ha continuato con il perfezionamento del modello sistemico, allargandolo anche a livello individuale e non solo familiare. Da queste esperienze, insieme a Paolo Bertrando, pubblica: “I Tempi del Tempo” (1993) e “Terapia Sistemica individuale” (1996), in cui vengono approfonditi aspetti legati alla narrazione e alla storicizzazione degli eventi, processi fondamentali per uscire da una comunicazione a doppio legame, con particolare interesse alle domande sul futuro, dall’intrinseco potenziale terapeutico, proprio perché aprono al cambiamento e a nuove possibilità.<br />
In “Terapia Sistemica Individuale” (1996) viene proposta una visione più ampia del Milan Approach, che Boscolo e Bertrando definiscono “epigenetica”, ossia per stratificazione (gr. epi: sopra e génesis: generare, produrre). Vengono così recuperati molti concetti di matrice psicoanalitica, prima rinnegati, ma ricontestualizzati in chiave sistemica, insieme ai contributi del costruzionismo sociale e della narrativa.<br />
L’ultima riflessione di Boscolo (anni 2000), prima di ritirarsi a vita privata, riguarda il ruolo delle emozioni e dell’empatia in terapia: si ha vero cambiamento, solo se, accanto alla comprensione razionale, si ha anche una comprensione affettivo-emotiva. Concetti che erano stati accantonati nella prima fase del Milan Appoach, poiché troppo vicini all’idea di insight psicoanalitica, ma rivalutati proprio in virtù della prospettiva epigenetica.<br />
Il concetto di “epigenesi” è molto vicino a quello di “epistemologia genetica” di Piaget (1970), che si riferisce allo sviluppo dell’intelligenza come risultato di un’interazione<br />
dinamica tra organismo e ambiente, per mezzo dei meccanismi di assimilazione, accomodamento ed equilibrazione. Il Milan Approach risulta essere per questa ragione una cornice che lascia ampio spazio alla creatività e alla libertà di pensiero di coloro che vi aderiscono, senza essere tuttavia un’accozzaglia di teorie contraddittorie e confusive. La base di partenza e il faro a cui fare riferimento rimangono sempre la teoria dei sistemi viventi di von Bertalanffy (1968), la visione ecologica della mente e delle idee di Bateson (1972), la cibernetica di secondo ordine (von Foerster, 1987) e il costruttivismo (Maturana e Varela, 1987).</p>
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		<title>Il problema della diagnosi secondo il Milan Approach</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 14:17:32 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a>Boscolo e Cecchin (padri del Milan Approach) erano due psichiatri e, come tali, non potevano prescindere dal confronto con il mondo della psicosi e le relative diagnosi. In un articolo stampato nel 1988, sulla rivista Psicobiettivo, affrontano l’argomento e definiscono con precisione l’approccio della scuola di Milano, ponendosi in dialettica con le procedure standard. La Diagnosi psichiatrica tradizionale (DSM, ICD) interessa, infatti, il solo individuo e lo isola dal suo contesto, proprio a causa del linguaggio che viene utilizzato (es: lo schzofrenico, l’anoressica, etc…). Questo modo di etichettare corre il rischio di cronicizzare quei comportamenti che si vorrebbero, invece, curare.<span id="more-387"></span><br />
Aderendo alla prima cibernetica (anni ‘70), si è cominciato a guardare al paziente come parte di un sistema più ampio, passando dalla presa in carico dell’individuo a quella dell’intero gruppo familiare. Anche il linguaggio con cui si accompagnava la diagnosi è cambiato, interessando, anziché l’individuo, i pattern familiari, preceduti dalla dicitura “a transazione…” (es: famiglia a transazione schizofrenica, famiglia a transazione anoressica,Con la seconda cibernetica (anni ‘80), si assiste ad una ulteriore svolta epistemologica: l’osservatore fa parte del sistema osservato, per cui si deve abbandonare ogni pretesa di oggettività, il terapeuta descrive solo ciò che vede, non ciò che è. Dalla diagnosi si passa così all’ipotesi, ragionando in termini di possibilità e non di certezza.<br />
Boscolo e Cecchin vissero in prima persona la rivoluzione operata in Italia da Psichiatria Democratica e che portò alla promulgazione della legge 180. Rientrarono dall&#8217;America, dove vivevano e lavoravano, chiamati da Mara Selvini Palazzoli, proprio agli inizi degli anni settanta, periodo di grande fermento in Italia. Nel loro lavoro clinico, l&#8217;importante intuizione che un modo di deistituzionalizzare fosse proprio l’ipotesi sistemica.<br />
Il processo di ipotizzazione, infatti:<br />
- sfida la diagnosi, non accetta la definizione di malattia, non accetta la definizione di “problema individuale”;<br />
- introduce elementi nuovi, che fanno la differenza, risultando perciò informativi (Bateson, 1972);<br />
- ricolloca le informazioni nel contesto spazio-temporale;<br />
- è attenta all’uso del linguaggio;<br />
- apre a diverse possibilità vs unica realtà;<br />
- è dinamica, crea instabilità (perturbazioni);<br />
- non va mai “sposata”;<br />
- è co-creata: interessa tutto il sistema, connette le varie informazioni;<br />
- rende possibile evoluzioni diverse nel sistema e ne sfrutta le naturali potenzialità;<br />
- è naturalmente ottimista (ottimismo terapeutico).<br />
Nell’articolo (ibidem) si analizzano i passaggi che portano un individuo, da un&#8217;iniziale condizione di sofferenza e disagio, alla patologia conclamata e, infine, alla cronicità. Questi comincia con l’avere comportamenti definiti da “cattivo” o da “matto”, che la famiglia non è in grado di cambiare né di comprendere, per questa ragione decide diportarlo da uno specialista. Il medico è chiamato a fare una diagnosi, creando, così, una differenza tra il cosiddetto “paziente designato” e il gruppo dei “ragionevoli” (primo processo di devianza). Il “diverso” non è d’accordo: nega la propria “pazzia”, perde il controllo e, così facendo, conferma l’idea dello specialista. Si inizia con la terapia farmacologica e altri interventi psicoterapeutici, andando a confermare sempre più la diagnosi: si co-crea una realtà molto rigida e potente, tanto che anche il paziente designato comincia a credere nella diagnosi e si comporta come tale (profezia che si auto-avvera).<br />
Il Milan Approach si contrappone alla carriera di uno psicotico cronico proprio perché cerca di:<br />
- creare un clima relazionale positivo, mettere le persone a proprio agio (ingaggiarle, agganciarle), non si pone in competizione (hybris);<br />
- sfidare la diagnosi, es. “Quando ha cominciato a pensare di essere schizofrenico, depresso ecc..? ”;<br />
- restituire alla persona un senso di autoefficacia e responsabilità, es.“Come mai ad un certo punto ha deciso di essere schizofrenico?”;<br />
- chiedere, quando un familiare dice che un suo congiunto è malato (diagnosi), come si è arrivati a tale definizione e che significato abbia per i membri della famiglia;<br />
- mettere in connessione il comportamento del paziente designato con quello degli altri membri del sistema in cui è inserito, es: “Quando x si comporta così, cosa fa y? ”;<br />
- fare ipotesi per rendere le proprie definizioni provvisorie;<br />
- usare le domande circolari e riflessive (Tomm, 1991), basate cioè sulle retroazioni (feed-back) dei soggetti, che favoriscono l’insorgere di nuove informazioni, e rendono il pensiero più flessibile e aperto al cambiamento;<br />
- usare la connotazione positiva, per dare senso ai comportamenti, anche quelli più disfunzionali, accettare gli individui per ciò che sono e creare un clima relazionale positivo, in cui sia possibile far nascere il cambiamento;<br />
- creare instabilità nel sistema (perturbazioni) e favorirne le sue naturali evoluzioni.<br />
Mettere da parte la diagnosi non significa negare il disagio e la sofferenza dell’individuo, e quindi la malattia, così come non significa rinunciare ai farmaci e all’ausilio di altri esperti, specie nel caso di patologie gravi e/o con basi neurologiche. L’atteggiamento depatologizzante è una forma mentis che permette al terapeuta di andare al di là del sintomo e di guardare ciò che ancora funziona: le risorse o, come direbbe la Walsh (2003), la resilienza del sistema. Spesso, sottolineano Boscolo e Cecchin (ibidem), la malattia, specie se organica, prende il sopravvento su tutto il resto, blocca il sistema e impedisce di prendere consapevolezza di ciò per cui vale ancora le pena di vivere e guardare al futuro.<br />
Connotare positivamente i sintomi e le persone implicate non vuole essere un atteggiamento lezioso e poco autentico: il terapeuta deve essere coerente con ciò che dice ed essere in grado di comunicarlo in modo credibile. Gli aspetti non verbali del linguaggio sono importanti tanto quanto i verbali e, come ci ricordano Watzlawick, Beavin, Jackson (1967), “è impossibile non comunicare”. L’uso della connotazione positiva richiede allenamento ad un nuovo un modo di pensare, diverso dalla nostra cultura aristotelico- cartesiana e più vicino al pensiero orientale e degli Indiani d&#8217;America (Dell, 1980). È un linguaggio orientato al processo, al cambiamento e all’assenza di giudizio. Requisiti importanti per chi vuole operare in modo terapeutico.<br />
Il Milan Approach può, quindi, contribuire a rendere più sopportabili i paradossi connessi al campo della psichiatria e della salute mentale? È una modalità di psicoterapia che può riscattare la psichiatria, curandola dal di dentro? Apprendere e interiorizzare tale modello vuol dire potenziare le proprie capacità di intervento e quindi implica un’acquisizione di responsabilità pienamente in linea con quanto l’OMS ha compendiato, nel 1988, nella cosiddetta “Carta di Ottawa”.<br />
“La promozione della salute è il processo che mette in grado le persone di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla […]. La salute è quindi vista come una risorsa per la vita quotidiana, non è l’obiettivo del vivere. La salute è un concetto positivo che valorizza le risorse personali e sociali, come pure le capacità fisiche. Quindi la promozione della salute non è una responsabilità esclusiva del settore sanitario, ma va al di là degli stili di vita e punta al benessere […]. I prerequisiti e le aspettative per la salute non possono essere garantiti solo dal settore sanitario. Quel che più conta è che la promozione della salute richiede un’azione coordinata da parte di tutti i soggetti coinvolti: i governi, il settore sanitario e gli altri settori sociali ed economici, le organizzazioni non governative e di volontariato, le autorità locali, l’industria e i mezzi di comunicazione di massa. Le persone di ogni ceto sociale sono coinvolte come individui, famiglie e comunità. Per laricerca della salute, i gruppi professionali e sociali e il personale sanitario hanno l’importante responsabilità di mediare tra i diversi interessi presenti nella società. Le strategie e i programmi di promozione della salute dovrebbero essere adattati ai bisogni locali e alle possibilità dei singoli paesi e regioni, in modo da tenere conto dei diversi sistemi sociali, culturali ed economici.”</p>
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		<title>Il problema della diagnosi in psicoterapia: somiglianze e differenze con la psichiatria</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 13:50:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La questione della diagnosi, già a partire dal IV secolo a.C. (Foucault, 1984), è strettamente connessa a quella dell’eziologia. Fu in questa matrice che nacque e si sviluppò la medicina di Ippocrate (460-377a.C.), prima scuola medica strutturata dell&#8217;antichità (Foucault, 1961; &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/il-problema-della-diagnosi-in-psicoterapia-somiglianze-e-differenze-con-la-psichiatria/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a> La questione della diagnosi, già a partire dal IV secolo a.C. (Foucault, 1984), è strettamente connessa a quella dell’eziologia. Fu in questa matrice che nacque e si sviluppò la medicina di Ippocrate (460-377a.C.), prima scuola medica strutturata dell&#8217;antichità (Foucault, 1961; 1962; 1963; 1984b).<br />
Anche la psicoterapia ha una storia antica. La formazione filosofica, la religione e l’esercizio dell&#8217;arte hanno rappresentato da sempre, insieme alla pratica medica, un aspetto importante nella cura e nella comprensione delle turbe dell’anima. Si pensi, per esempio, all’uso della catarsi (gr. kátharsis: purificazione) nella tragedia greca o nella celebrazione di riti e sacrifici, presso i templi dedicati ad Esculapio (dio tutelare della medicina). Tutte queste riflessioni costituiscono un terreno comune nella storia della psichiatria e della psicoterapia, elementi di continuità e somiglianza. Nell’età antica e in quella classica, infatti, il sapere era integrato e custodito dalla riflessione filosofica. Il “saggio” era un eclettico, in grado di spaziare tra le varie discipline, da quelle medico-scientifiche, alle logico-matematiche, fino a temi di carattere etico-psicologico. Tale primato ha cominciato a sgretolarsi sotto la spinta positivista, mano mano che la scienza progrediva e l’uomo conquistava nuovi saperi. <span id="more-384"></span><br />
La filosofia ha, così, perso il suo status di superiorità nei confronti delle altre scienze, restringendo il suo ambito di interesse all&#8217;epistemologia (discorso sulla scienza e sulla conoscenza) e alla riflessione bio-etica (fin dove può spingersi l’hybris umana? Che fare dopo aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza?). Da questo momento in poi, a mio avviso, la pratica bio-medica (neuropsichiatria) e quella psicoterapica hanno cominciato a differenziarsi. Il sapere bio-medico ha assunto un carattere tecnico-politico, definendosi come una branca specializzata dell’igiene pubblica, cioè come un campo particolare della protezione sociale contro i pericoli connessi alla malattia; quello psicoterapico, in senso lato, ha mantenuto il suo carattere relazionale e pseudo-artistico, interessandosi più alla comprensione e alla connotazione del disagio mentale, che al disturbo tout court.<br />
Se, infatti, nell’ambito pubblico della salute mentale è necessaria una diagnosi per prendere in carico un paziente e aprire una cartella clinica, nel momento in cui si fa psicoterapia non è la diagnosi ad essere importante di per sé, ma il modo con cui viene utilizzata nella relazione con il proprio paziente-cliente. In psicoterapia, qualunque orientamento teorico si segua, è infatti la relazione il vero motore del cambiamento (Fava Vizziello, Stern 1992), la tecnica ne è solo un tramite. Per questa ragione lo psicoterapeuta non si interessa tanto alla presunta malattia, ma all’individuo (dal lat. in-dividuus: indivisibile) nella sua totalità.<br />
Quando si passa dalla diagnosi alla psicoterapia è infatti necessario fare epoché (Husserl, 1913; 1952), sospendere il giudizio su qualunque forma di etichettatura: significa privilegiare gli aspetti idiografici ai nomotetici (Windelband, 1894), i fattori protettivi a quelli di rischio. Significa oscillare, grazie ad una giusta dose di irriverenza (Cecchin, 1992), dal rigore scientifico all’immaginazione, dal dubito ergo sum alla fede nelle idee ardite, poiché é proprio attraverso le congetture audaci e le intuizioni creative che è possibile fare nuove scoperte e portare innovazioni (Popper, 1934). È in questa danza tra rigore e sregolatezza che deve muoversi, in continua enantiodromia, uno psicoterapeuta “sufficientemente buono” (Winnicott, 1958; 1964).</p>
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		<title>Il problema della diagnosi in psicoterapia</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 13:44:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In Italia la legge 56/1989 in materia di &#8220;Ordinamento della professione di Psicologo&#8221;, stabilisce che l&#8217;esercizio dell&#8217;attività psicoterapeutica, in ambito pubblico o privato, sia riservata a laureati in psicologia o medicina e chirurgia, previa iscrizione al rispettivo Albo e Ordine &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/il-problema-della-diagnosi-in-psicoterapia/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a> In Italia la legge 56/1989 in materia di &#8220;Ordinamento della professione di Psicologo&#8221;, stabilisce che l&#8217;esercizio dell&#8217;attività psicoterapeutica, in ambito pubblico o privato, sia riservata a laureati in psicologia o medicina e chirurgia, previa iscrizione al rispettivo Albo e Ordine professionale. Per tale attività la legge prevede una formazione da acquisire, post lauream, mediante corsi di durata quadriennale, presso scuole di specializzazione universitarie o presso scuole private riconosciute dal MIUR (Ministero dell&#8217;Università e della Ricerca). In deroga a quanto previsto dall&#8217;art.3 della legge 56/89, i medici specialisti in psichiatria o neuropsichiatria possono richiedere l&#8217;annotazione nell&#8217;elenco degli psicoterapeuti del proprio Ordine, indipendentemente dall&#8217;aver effettuato la scuola di specializzazione in psicoterapia. Questo in virtù del fatto di essersi già formati in ambito neuro-psichiatrico e di poter prescrivere farmacoterapie. <span id="more-381"></span>Tale deroga rivela quanto sia ancora predominante, nonostante la riforma promossa da Basaglia (cfr. capitolo primo), un modello di tipo bio-medico e organicista. Nessuna norma di legge stabilisce, tuttavia, in modo chiaro, cosa sia la psicoterapia e di cosa si possa occupare. Il fatto che si ritenga una specializzazione da conseguire post lauream, dimostra che sia “qualcosa” di più di un semplice sapere, ma necessiti anche di un saper fare e di un saper essere. Da questo punto di vista, la psicoterapia assomiglia molto all’esercizio di un’arte: richiede una padronanza della tecnica e una buona conoscenza di base, ma, per “funzionare”, deve conservare la sua immediatezza e spontaneità (Madonna, 2003). Lo psicoterapeuta deve essere in grado di lavorare a livelli logici differenti (forma vs processo) e possedere, accanto alle competenze maturate nel corso del proprio percorso universitario, capacità simil-taumaturgiche. Intendendo per thaûma l’esercizio di un sapere esoterico, conferente potere e prestigio, l’etica ad esso connessa e le suggestioni che è in grado di creare (Foucault, 1963; Madonna, 2003). La psicoterapia non può essere appresa “tutta e subito”: richiede una pratica costante e la rivelazione graduale delle sue tecniche. Si acquisisce all’interno di una relazione significativa con i propri maestri e si può raggiungere solo attraverso l’osservazione, l’esercizio e la continua supervisione (Madonna, 2003).</p>
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		<title>La storia del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) e il DSM-5 (APA, 2013)</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 13:29:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (APA: American Psychiatric Association), noto con la sigla DSM, è uno dei sistemi nosografici per disturbi mentali più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella clinica che &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/la-storia-del-dsm-manuale-diagnostico-e-statistico-dei-disturbi-mentali-e-il-dsm-5-apa-2013/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a>Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (APA: American Psychiatric Association), noto con la sigla DSM, è uno dei sistemi nosografici per disturbi mentali più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella clinica che nella ricerca. La prima edizione risale al 1952 e fu, di fatto, una replica alla classificazione ICD, redatta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1948. Da allora si sono succedute ulteriori edizioni: nel 1968 il DSM-II (con piccole modifiche nel 1973 e nel 1978), nel 1980 il DSM-III, nel 1987 il DSM-III-R (edizione rivisitata), nel 1994 il DSM-IV e nel 2000 il DSM-IV-TR (testo revisionato). Le prime due edizioni americane, che hanno risentito dell’egemonia della psicoanalisi nell’APA (American Psychiatric Association), non sono mai state pubblicate in Italia: la prima edizione italiana risale, infatti, al 1983 con il DSM-III.<br />
La task force del DSM-III, guidata da Robert Spitzer, ha lavorato per eliminare qualsiasi teoria eziopatogenetica e limitarsi alla sola descrizione di sintomi e segni. Si definisce per questo “ateorica”: lo scopo era creare uno strumento attendibile che facilitasse la ricerca e il dialogo tra i professionisti di diversi orientamenti teorici. La task force della quarta edizione (DSM-IV e DSM-IV-TR), guidata dallo psichiatra Allen Frances, ha proseguito sulla stessa linea, mantenendone i presupposti descrittivi e ateoretici.<span id="more-376"></span><br />
I codici ed i termini forniti dal DSM-IV sono completamente compatibili con quelli dell’ICD-10 (1992). Le principali differenze riguardano:<br />
- Il sistema multiassiale: presente nel DSM-IV, assente nell’ICD-10. Quest’ultimo fornisce delle linee guida diagnostiche in forma narrativa che il clinico può utilizzare in modo più flessibile.<br />
- L’ICD-10 mette la personalità schizotipica nei disturbi dello spettro schizofrenico, il DSM-IV, invece, nei disturbi di personalità.<br />
- L’ICD-10 mantiene la dicitura “sindromi nevrotiche, legate a stress e somatoformi”, il DSM-IV non utilizza più il termine “disturbo nevrotico”.<br />
- L’ICD-10 contiene due tipi di criteri diagnostici, cioè due diversi manuali: uno per il clinico, più flessibile, e l’altro per il ricercatore, più preciso, in quanto l’OMS ha ritenuto pericoloso per la pratica clinica l’adozione di rigidi criteri diagnostici, come fa, invece il DSM.<br />
<strong>IL DSM-5</strong><br />
Il DSM-5 è la sigla con cui viene identificata l&#8217;ultima edizione del DSM, la cui pubblicazione negli Stati Uniti è avvenuta a maggio del 2013. In Italia sono già presenti delle copie in lingua originale, per la traduzione si dovrà attendere ancora qualche mese. La prima differenza rispetto al precedente manuale balza subito all&#8217;occhio: si sceglie di utilizzare la numerazione araba, anziché quella romana. Il DSM-5 si contraddistingue per essere un living document, il progetto di fondo è redigere continue revisioni, apportando i numeri: 5.1, 5.2, 5.3&#8230; Questo per adeguare la struttura del manuale al pensiero postmoderno: interattivo e in continuo work in progress. L’APA ha creato, inoltre, un apposito sito per dare indicazioni e ricevere commenti e suggerimenti sulla nuova versione del manuale. La task force del DSM-5 è diretta dallo psichiatra David Kupfer.<br />
La prima grande novità della nuova edizione è l&#8217;eliminazione dei sistema multiassiale e della scala GAF (Global Assessment of Functioning, V asse). Viene invece introdotto il raggruppamento in spectrum disorders: vengono messi insieme disturbi con caratteristiche diverse, ma che condividono possibili basi neuropatologiche. La successione dei capitoli segue l&#8217;andamento del ciclo di vita: dai disturbi dello sviluppo (infanzia), a quelli che esordiscono in giovane età (spettro schizofrenico, bipolari) e, infine, a quelli neuro-cognitivi, più caratteristici dell&#8217;età avanzata (demenze). L&#8217;approccio dimensionale si associa a quello categoriale, al fine di meglio comprendere il disturbo individuale nella sua complessità. Questo cambia le visione della patologia: dalla semplice presenza o assenza al grado di sofferenza della persona, che diviene elemento centrale e maggiormente rilevante della diagnosi.<br />
Il DSM-5 viene suddiviso in tre sezioni: la prima introduce gli aggiornamenti del manuale; la seconda le diagnosi; la terza le condizioni che richiedono ulteriori ricerche, scale e strumenti, aspetti legati alla cultura e il glossario. La terza parte risulta essere quella più innovativa, per l’importanza che viene attribuita alle differenze legate al genere, alla razza e alla cultura, che diventano una prospettiva importante con cui considerare, i sintomi o i segni osservati, clinicamente rilevanti da un punto di vista psicopatologico. Le scale di valutazione possono essere auto-compilate e servono per monitorare l’evoluzione del disturbo e l’eventuale efficacia del trattamento. Questo, legato alla descrizione dimensionale della patologia, per sottolineare l&#8217;unicità della sofferenza della persona e dei suoi vissuti come elemento centrale della categorizzazione.<br />
Tra i nuovi criteri diagnostici del DSM-5 si osserva:<br />
- L’introduzione di nuove categorie per i disturbi dell’apprendimento e una categoria diagnostica unica per i disturbi dello spettro autistico, con inclusione di tutte le diagnosi dei disturbi autistici, sindrome di Asperger, disturbo dirompente dell’infanzia e disturbo pervasivo dello sviluppo. I membri del gruppo di lavoro inoltre raccomandano la modifica dell’etichetta diagnostica di “ritardo mentale”, da tramutare in “disabilità intellettuale”.<br />
- L’eliminazione delle attuali diagnosi di abuso da sostanze e dipendenza a favore della nuova categoria “dipendenze e disturbi correlati”. Questi includono disturbi da abuso di sostanza, dove ogni tipo di sostanza viene definita con la propria specifica categoria diagnostica. In questo modo sarà più semplice distinguere tra la ricerca compulsiva di sostanze (craving), nell’ambito della dipendenza (addiction vs dependence), e la normale riposta di aumento della tolleranza nei casi di pazienti che usano farmaci che alterano il sistema nervoso centrale.<br />
- La creazione di una nuova categoria diagnostica per le “dipendenze comportamentali” in cui verrà inserito il gioco d&#8217;azzardo (gambling). Alcuni specialisti hanno richiesto l’inclusione, all’interno di questa categoria, anche della dipendenza da internet, ma ancora non esistono dati sufficienti per rendere ufficiale tale inserimento. Al contrario, però, questa diagnosi verrà inserita in appendice, con lo scopo di promuovere studi sull’argomento.<br />
Funzionamento, della Disabilità e della Salute (OMS). Le scale possono essere somministrate o autocompilate, per pazienti di età inferiore agli 11 anni si chiede al genitore o al tutore.<br />
- L’inserimento di nuove scale per valutare il rischio suicidario in adulti e adolescenti, con lo scopo di aiutare i clinici ad identificare le persone maggiormente a rischio. Le scale includono criteri derivati da ricerche sull’argomento, come ad esempio l’impulsività e l’uso di alcol in adolescenza.<br />
- La considerazione di una nuova categoria di “sindromi a rischio” (risk syndromes), per aiutare i clinici a identificare precocemente eventuali disturbi mentali gravi, come demenza e psicosi.<br />
- L’inserimento della categoria diagnostica di “disregolazione del temperamento con disforia” (Temper Dysregulation with Dysphoria, TDD), all’interno della sezione dei Disturbi dell&#8217;umore. I nuovi criteri saranno basati su studi precedenti con lo scopo di aiutare i clinici a distinguere i bambini con TDD da coloro i quali presentano un disturbo bipolare o un disturbo di tipo oppositivo provocatorio.<br />
- Il riconoscimento del disturbo da alimentazione incontrollata (Binge Eating Disorder, BED) e criteri più adeguati per le diagnosi di Anoressia (AN) e Bulimia nervosa (BN). Per quanto concerne l&#8217;anoressia, viene eliminata l&#8217;amenorrea tra le condizioni per la diagnosi, così come il limite di peso. Per la bulimia si è abbassata la soglia di rilevamento: da due a una abbuffata alla settimana, protratta per tre mesi, anziché sei mesi. È stato proposto di spostare il Pica all’interno della categoria dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) specificando che le sostanze ingerite devono essere “non-alimentari” e “non-nutritive”. Sono state, inoltre, inserite nuove categorie di disturbi legati all&#8217;alimentazione.<br />
- Verranno eliminati i sottotipi di schizofrenia paranoide, disorganizzata, catatonica, indifferenziata e residua. Inoltre verrà eliminato il disturbo psicotico condiviso (la cosiddetta “folie à deux”).<br />
- Viene eliminato il criterio che siano passati almeno due mesi da un lutto per la diagnosi di episodio depressivo. Si inseriscono dei criteri per distinguere, tuttavia, la depressione dal lutto.<br />
- Viene eliminato il termine &#8220;demenza&#8221;, per le connotazioni infauste e offensive connesse al termine.<br />
Nel DSM-5 i disturbi della personalità non appartengono più al secondo asse (la diagnosi assiale è stata eliminata) e vengono trattati come tutti gli altri disturbi. Sono presenti sia nella sezione II, dove sono state riproposte le stesse categorie diagnostiche presenti nel DSM-IV-TR, sia nella sezione III dove si propone il nuovo modello “ibrido”. Lo scopo è abituare i clinici alla nuova classificazione, dimensionale e tratto specifica, e orientare la ricerca in questa direzione. La classificazione dimensionale è basata sulla valutazione della gravità dei tratti di personalità nei seguenti domini: affettività negativa, distacco, antagonismo, disinibizione vs compulsività e psicoticismo. Questi 5 domini, valutati anche su una scala dimensionale (0-4) sono ulteriormente articolabili in un totale di 28 sottodomini o “trait-facets”. Quindi, se un paziente soddisfa i criteri per la presenza di un funzionamento patologico, ma non per uno dei 6 disturbi di personalità, il clinico viene invitato a procedere alla valutazione secondo i 5 grandi domini appena elencati, per mezzo dei quali vengono descritti una serie di Personality Disorders Trait Specified (PDTs) che prendono il posto dei famosi disturbi di personalità non altrimenti specificati del DSM-IV-TR. I pazienti verranno diagnosticati anche sulla base della loro somiglianza a sei prototipi di personalità: schizotipico, antisociale, borderline, narcisistico, evitante e ossessivo-compulsivo. Mancano, e non saranno reintegrati lo schizoide, l’istrionico, il paranoide e il dipendente.<br />
<strong>Osservazioni sulla nuova edizione del DSM: il DSM-5</strong><br />
Un manuale diagnostico come il DSM può essere uno strumento utile nella ricerca e nel favorire un linguaggio condiviso tra diverse professionalità e orientamenti teorici, ma, come tutti gli strumenti, può rivelarsi estremamente pericoloso. Il primo pericolo risiede nel clinico, specie se inesperto o eccessivamente zelante nel suo utilizzo: corre il rischio di amplificare delle problematiche (falsi positivi) o scotomizzarne altre (falsi negativi). Il secondo pericolo risiede nella definizione stessa di “disturbo mentale”, che, come è stato detto in precedenza (cfr. capitolo primo), non ha nessun valore ontologico, visto che non esiste una teoria condivisa delle malattie mentali. Inoltre, il concetto di “mental disorder” è così amorfo, multiforme ed eterogeneo, che sfugge strutturalmente ad ogni possibile definizione. È un buco al centro della classificazione psichiatrica.<br />
Paradossalmente la sola definizione di disturbo mentale che ha avuto un grande e duraturo significato pratico non è mai stata formalizzata, poiché tautologica e autoreferenziale. Potrebbe essere esplicitata come: “Il disturbo mentale è quella cosa che viene curata dai clinici, studiata dai ricercatori, insegnata dai professori e per la quale le compagnie assicurative pagano” (Frances: “Aut, Aut”, 2013). Quando si utilizza una diagnosi, si corre sempre il rischio di confondere il nome per la cosa indicata, fare cioè degli errori di tipizzazione logica (Whitehead e Russel, 1910-1013). La diagnosi, infatti, essendo una forma di linguaggio, ha un fortissimo potere reificante, andando a condizionare lo stile di vita delle persone e il loro modo di vivere e sperimentarsi. Negli USA sono scoppiate tre epidemie dall’uscita del DSM-IV: un’epidemia di ADHD, un’epidemia di Autismo e un’epidemia di Disturbo Bipolare, specie dopo l’introduzione del “tipo II”. Il Disturbo Bipolare negli USA è raddoppiato in questi anni, l’Autismo è aumentato di quaranta volte e l’ADHD (“Attention Deficit Hyperactivity Disorder”, in italiano: “Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività”) è triplicato (cfr. intervista online di “State of Mind” a Frances, 2013). Ciò dà una fortissima spinta alle vendite di farmaci. Il DSM-5, aumentando il numero delle diagnosi, porta con sé il rischio di un’iperinflazione diagnostica e di una conseguente medicalizzazione di quei problemi della vita quotidiana che fanno parte dell’esistenza umana arrivando a curare anche chi è normale.<br />
L’ambizione di un sistema dimensionale è interessante e potrebbe rivelarsi utile, ma, come fa notare Frances (ibidem): &#8220;I numeri funzionano meglio dei nomi nel descrivere le cose, ma il cervello non funziona in questo modo, il nostro cervello pensa con le parole [...]. I clinici non pensano per numeri, ma per nomi. L’approccio dimensionale ai disturbi di personalità è chiaramente superiore, perché i disturbi di personalità non hanno dei confini chiari e in questo caso i numeri sono una soluzione migliore rispetto ai nomi […]. Il problema è che il DSM-5 ha sviluppato un sistema di diagnosi talmente complicato che nessuno, a parte le persone che vi hanno lavorato sopra, sarebbe stato in grado di capirlo. Sarebbe stato meglio avere un sistema dimensionale molto semplice da introdurre gradualmente, permettendo alle persone di prendervi confidenza, anziché cercare di introdurre qualcosa di così rivoluzionario che alla fine si è dovuto accantonare&#8221;.<br />
Rispetto alle nuove scale di valutazione del rischio suicidario o connesso all&#8217;esordio delle patologie, Frances aggiunge (ibidem): &#8220;La psichiatria con il DSM-5 ha imboccato la via della prevenzione proprio quando il resto della medicina si è accorta che tale via è stata ampiamente sopravvalutata. Molto spesso la prevenzione è più dannosa che d’aiuto&#8221;. A volte rischia di essere un grido di allarme anticipato, che funziona come la profezia che si auto-avvera, promuovendo un pensiero pessimistico e poco terapeutico di per sé.<br />
Analizzando il processo che ha portato alla stesura del DSM-5 e le premesse sottostanti la sua pubblicazione, la sensazione di fondo è che sia più un manuale che serva alle compagnie assicurative e a tutelare i medici, che uno strumento utile per la cura dei pazienti. L&#8217;eccessiva premura per l&#8217;accertamento delle situazioni di rischio, con il loro stato di gravità, mi ha fatto pensare a uno strumento che possa, sulla base di presunte validità, deresponsabilizzare il clinico di fronte alle compagnie assicurative o ai tribunali, qualora dovessero avverarsi previsioni infauste (suicidi, degenerazioni, aggravamenti). In questo caso l’uso di scale, molte delle quali auto-compilate, permette di fornire quei dati “pseudo oggettivi”, poiché rivestiti da numeri, che tanto vengono richiesti dai tribunali e dalle compagnie assicurative.<br />
L&#8217;aumento del numero di diagnosi e il concentrarsi sui disturbi di lieve gravità, sembra essere fatto per creare un sistema diagnostico centrato sull&#8217;individuo, sulle sue idiosincrasie e facilmente manipolabile. Gli stessi “pazienti” sono oramai sempre più desiderosi di risolvere tutto e subito con una “pillola magica” o con una certificazione che li legittimi a restare così come sono e a sfruttare i vantaggi secondari della malattia, spesso esagerata per aggirare oneri e ottenere risarcimenti. Continuo a vedere nel DSM-5, come nei precedenti manuali, un&#8217;espressione del biopotere e della biopolitica, legati alla medicalizzazione della vita e al controllo della popolazione.<br />
La mia grande preoccupazione riguarda le diagnosi in età infantile e scolare, con la relativa somministrazione di farmaci. Senza considerare i casi di disabilità più gravi, per cui risulta assolutamente necessario un intervento precoce, rimango sempre più scandalizzata dalla leggerezza con cui, anche il Italia, si facciano diagnosi di disturbo delle abilità scolastiche (in particolare di “dislessia”) o della condotta e della sfera emozionale (i cosiddetti “bambini iperattivi”). Mi sono sempre chiesta se esistano davvero questi bambini “cattivi, stupidi e indisciplinati” o se, piuttosto, manchino adulti disposti all’ascolto, capaci di contenere il loro disagio e più consapevoli dei rischi connessi ad una medicalizzazione precoce. Nella mia esperienza di tirocinante al servizio per l’età evolutiva mi sono trovata spesso a testare questi bambini: lo richiedeva la scuola, lo richiedeva la famiglia, lo richiedevano i servizi sociali stessi. Che effetto ha una certificazione nella vita di genitori, insegnanti e figli? Che adulti diventeranno questi ragazzini? Nel mio piccolo ho sempre cercato di accompagnare le “diagnosi” con dei commenti che andassero a ricontestualizzarle, rendendole delle fotografie momentanee e cercando di trasformarle in comunicazioni “utili”. Mi sono state d’aiuto, come sollecitano a fare Palazzoli Selvini, Boscolo, Cecchin e Prata (1975), le scelte dei verbi “sembrare”, “dimostrare”, anziché “essere”, per rendere più fluida e provvisoria la mia comunicazione. Nei miei pensieri le frase dello psichiatra francese Paul Claude Racamier (1978): vedere sempre “l’enfant merveilleux” che quel bambino diventerà, promuovendo le sue intrinseche capacità evolutive.<br />
Bateson, in un articolo intitolato “Ecologia e flessibilità nella civiltà urbana” (1972), sottolinea come nelle società democratiche, per tutelare le minoranze e mantenere alto il livello di flessibilità del sistema, si tenda a limitare o vietare i comportamenti scorretti, piuttosto che promuovere e incentivare quelli corretti. “Viviamo in una società che sembra preferire i divieti alle esigenze positive […] e tentiamo di difendere le libertà civili, bacchettando legalmente le forze usurpatrici. Tentiamo di proibire certe usurpazioni, ma forse sarebbe meglio incoraggiare le persone ad avere conoscenza della loro libertà e flessibilità e ad usarle spesso”. Parafrasando questa riflessione, verrebbe da aggiungere che la diagnosi ha una natura e un effetto simile alla norma giuridica: l’intenzione di proteggere e tutelare le minoranze, ma l’effetto collaterale di impedire loro di prendere percorsi diversi, perché ormai etichettati e non più libere di essere altro da sé.<br />
Bateson (ibidem) ha sempre sottolineato l’importanza di prendere consapevolezza di questi meccanismi, specialmente da parte di coloro che sono chiamati a pianificare tali norme, e aggiunge: “Noi non siamo fuori dall’ecologia (delle idee e della mente) che stiamo pianificando: ne facciamo sempre e comunque parte […]. I mezzi con cui un uomo influenza un altro uomo fanno parte dell’ecologia delle idee che governano la loro relazione e fanno parte del più ampio sistema ecologico entro il quale si colloca questa relazione […]. Il problema non è solo etico è anche ecologico. I processi ecologici non possono essere beffati”.</p>
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		<title>Alle radici dell&#8217;epistemologia sistemica: la teoria dei sistemi viventi.</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Sep 2013 19:30:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riflessioni sul libro di F.Capra “La Rete Della Vita” (Ed. Rizzoli, 1997). “La rete della vita” di Fritjof Capra[1] è stato certamente uno dei libri che più ha inciso nella mia formazione culturale, umana e professionale. Come tutti gli incontri &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/alle-radici-dellepistemologia-sistemica-la-teoria-dei-sistemi-viventi/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" title="psico4-150x1501" alt="" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a></span>Riflessioni sul libro di F.Capra “La Rete Della Vita” (Ed. Rizzoli, 1997).<br />
“La rete della vita” di Fritjof Capra<a style="mso-footnote-id: ftn1;" title="" href="#_ftn1" name="_ftnref1"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[1]</span></span></span></span></span> <span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';">è stato certamente uno dei libri che più ha inciso nella mia formazione culturale, umana e professionale. Come tutti gli incontri importanti è avvenuto, per caso (o forse dovrei dire “caos” in riferimento all’omonima teoria) nel 1998, un anno dopo la sua pubblicazione e, da allora, ha assunto la funzione di attrattore, ossia di guida e ispirazione personale (in matematica gli attrattori sono dei punti fissi, al centro di un sistema di coordinate, che attraggono la traiettoria, ne determinano cioè la forma).<span id="more-310"></span><br />
Il titolo trae spunto da una riflessione di Ted Perry<a style="mso-footnote-id: ftn2;" title="" href="#_ftn2" name="_ftnref2"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[2]</span></span></span></span> che, ispirandosi al capo indiano Seattle, recita: &lt;Tutto ciò che accade alla Terra, accade ai figli della Terra. L’uomo non tesse la trama della vita; in essa egli è soltanto un filo. Qualsiasi cosa fa alla trama, l’uomo la fa a se stesso&gt;. Frase che riassume e riprende molte riflessioni a cui è giunto anche Bateson<a style="mso-footnote-id: ftn3;" title="" href="#_ftn3" name="_ftnref3"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[3]</span></span></span></span> in “Verso un’Ecologia della Mente” (1976) e “Dove gli Angeli Esitano” (1989).<br />
Capra descrive come il principale interesse della sua vita di fisico sia stato il cambiamento radicale dei concetti e delle idee della fisica, che ha avuto luogo nei primi decenni del XX° secolo e che è ancora in via di elaborazione nelle attuali teorie della materia. Queste nuove concezioni hanno portato ad un profondo cambiamento nella nostra visione del mondo: dalla visione meccanicistica di Cartesio e Newton ad una visione olistica ed ecologica. Un mutamento di paradigma di portata così vasta da interessare tutto lo scibile e da portare ad una profonda crisi emotiva ed esistenziale tra gli scienziati, proprio come succede nel “Mito della Caverna” di Platone.<br />
Il processo di conoscenza induce, infatti, sempre ad una crisi (gr. krisis: scelta, decisione) che, se superata, conduce ad un nuovo ordine dal caos (entropia negativa, aspetti costruttivistici, creatività, autopoiesi). Sono emersi, quindi, nuovi valori integrativi come: la conservazione, la cooperazione, la qualità e l’associazione e un nuovo modo di pensare che rifugge l’autoassertività (o affermazione del Sé) con il suo operare razionale, analitico, riduzionistico e lineare, in favore dell’intuizione, della sintesi, dell’olismo, della circolarità e… della sacralità. Il merito di Capra è stato quello di spiegare nel modo più semplice possibile concetti difficilissimi, di solito appannaggio di pochi eletti, sulle cui fondamenta poggia la Teoria dei Sistemi Viventi o Ecologia Profonda. Paradigma dominante del XXI° secolo e fonte di ispirazione anche del Milan Approach<a style="mso-footnote-id: ftn4;" title="" href="#_ftn4" name="_ftnref4"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[4]</span></span></span></span> e della Cibernetica di Secondo Ordine.<br />
Il grande salto da un pensiero lineare a uno circolare si deve alla teoria dei quanti (Heisenberg et al.) negli anni ’20: a livello subatomico gli oggetti materiali solidi della fisica classica si dissolvono in schemi ondulatori di probabilità. Questi schemi, oltretutto, non rappresentano probabilità di “cose”, ma piuttosto probabilità di interconnessioni. Nella teoria dei quanti la materia (le cose) lascia il posto ad una trama complessa di relazioni, dal concetto di massa, tempo e spazio si passa a quello di energia ( la massa non è altro che una forma di energia, vi sono evidenti somiglianze tra la struttura della materia e la struttura della mente).<br />
Per descrivere questi fenomeni, negli anni ’60 e ’70, si è dovuta fondare una nuova matematica. La matematica della complessità, che comprende la teoria del caos (E. Lorenz, Y. Ueda et al.) e la geometria frattale (B. Mandelbrot, Kock et al.). La nuova matematica è una matematica delle relazioni e delle configurazioni (patterns) è qualitativa piuttosto che quantitativa, è un “linguaggio per parlare di nuvole”, allo scopo di descrivere e analizzare la complessità delle forme nel mondo naturale attorno a noi. Per comprenderla è necessario, infatti, visualizzarla, in questo ci sono stati d’aiuto i moderni calcolatori, le teorie cibernetiche e la scoperta dei numeri complessi e immaginari (le radici quadrate dei numeri negativi sono dette “immaginari”, nell’insieme dei numeri complessi ci sono tutte le combinazioni tra numeri reali e immaginari).<br />
Furono, tuttavia, i concetti di sistema aperto e teoria generale dei sistemi di Ludwig von Bertalanffy che, negli anni ’40, consacrarono il pensiero sistemico come importante movimento scientifico. Ludwig von Bertalanffy cominciò la sua carriera come biologo a Vienna, negli anni ’20. Aderì al Circolo di Vienna e, fin dall’inizio, estese il suo lavoro a tematiche filosofiche più ampie. Nel 1968, poco prima di morire, pubblicò la sua “Teoria Generale dei Sistemi”, una teoria formale dei sistemi viventi, che sono aperti, a differenza di quelli non viventi, in cui non vale la seconda legge di termodinamica (entropia), soggetti ad un equilibrio che fluisce (metabolismo proprio), capaci di autoregolazione e autoorganizzazione. Idea perfezionata da Ilya Prigogine (chimico e fisico di origine russa, premio Nobel) con la sua teoria delle strutture dissipative (nei sistemi aperti la dissipazione diviene una sorta di ordine, esistono punti di instabilità in cui possono emergere nuove forme di ordine).<br />
Il grande merito di aver unificato i contributi dei biologi organicisti e dei cibernetici si deve a Umberto Maturana, negli anni ’60, e al suo allievo Francisco Varera, studiosi cileni di neuroscenze (teoria di Santiago, anni ’70 e ‘80), grazie al concetto di autopoiesi, cioè produzione di sé (gr. poiesis: produzione, ma anche poesia). L’intera rete della vita produce continuamente se stessa, nei sistemi viventi il prodotto del loro operare è la loro propria organizzazione (mente come processo). La cognizione diventa un fenomeno biologico, i sistemi viventi sono, infatti, sistemi cognitivi, la mente è l’essenza stessa di essere vivi. Questa organizzazione è valida per tutti gli organismi, con o senza sistema nervoso. La mente diventa sinonimo di processo e la cognizione si fa azione incarnata. “Essere in relazione” vuol dire “conoscere”, l’intelligenza riconquista le sue componenti emotiva e creativa, che hanno l’importante funzione di mediare l’interazione uomo-ambiente.<br />
Questi spunti, come tanti altri contenuti nel libro, ci restituiscono un senso di integrità e danno fondamento a molte intuizioni religiose, artistiche e mitologiche che la scienza moderna aveva sempre accantonato. Questo libro, inoltre, si integra perfettamente con i contributi di Bateson e del Milan Approach. Come psicologa clinica apprezzo il rigore metodologico con cui si è arrivati ad un’impostazione costruttivista e ad una prospettiva ecologica, che “a pelle” mi sono sempre sentita di “abbracciare”. Come apprezzo l’idea di spiritualità immanente e di mente come processo, che restituisce dignità alla Natura (Dio), alla sofferenza (patologia del sistema), ma anche alle potenzialità innate presenti in ciascuno di noi quando ci relazioniamo in modo autentico, responsabile e rispettoso con il nostro ambiente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div id="ftn1" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[1]</span></span></span></span><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';">Fritjof Capra: Americano, ha studiato fisica a Vienna e ha consacrato la sua attività specialistica al campo delle alte energie. È autore di numerosi libri dove indaga gli aspetti filosofici del pensiero scientifico, fra cui il bestseller mondiale &#8220;Il Tao della fisica&#8221; (Ed. Adelfi, 1982).<br />
</span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-hansi-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[2]</span></span></span></span></span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">Ted Perry è professore universitario di cinematografia, ha diretto la &#8220;sezione film&#8221; al Museo di Arte Moderna a New York. Ha pubblicato diversi articoli sulla relazione tra film e arte moderna e sui più importanti registi.</span><a style="mso-footnote-id: ftn3;" title="" href="#_ftnref3" name="_ftn3"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;"><br />
[3]</span></span></span></span></span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">Gregory Bateson (1904-1980): è stato un biologo, antropologo, sociologo e psicologo britannico. Si laureò in biologia, ma ben presto il suo interesse passo dalle scienze naturali alle scienze sociali. Fu famoso per aver spiegato la teoria del doppio legame sulla schizofrenia (scuola di Palo Alto). Bateson può essere considerato il padre della terapia familiare ad orientamento sistemico.</span><a style="mso-footnote-id: ftn4;" title="" href="#_ftnref4" name="_ftn4"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-hansi-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;"><br />
[4]</span></span></span></span></span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';">Il</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';">Milan Approach, o più precisamente la Scuola di Milano, è un modello sistemico di terapia familiare. I riferimenti teorici della Scuola di Milano sono: Bateson, la Scuola di Palo alto, la teoria generale dei sistemi, la cibernertica di secondo ordine e il costruttivismo. Gli iniziatori di questo modello furono: Mara Selvini Palazzoli, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';"><br />
</span></p>
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<![endif]--><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';"> <br style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';" /> <em></em></span></p>
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		<title>Diario di un pellegrinaggio in Terra Santa.</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Sep 2013 15:16:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tatiana Parma]]></category>
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		<description><![CDATA[&#60;Ai miei compagni di viaggio&#62;. Un pellegrinaggio in Terra Santa non è un semplice viaggio: è innanzi tutto un&#8217;esperienza esistenziale. La Bibbia dice che Gerusalemme fu costruita da Dio in opposizione a Babele, che invece fu costruita dagli uomini per &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/diario-di-un-pellegrinaggio-in-terra-santa-ai-miei-compagni-di-viaggio/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/01/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-300" title="psico4-150x1501" alt="" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/01/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a><em>&lt;Ai miei compagni di viaggio&gt;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un pellegrinaggio in Terra Santa non è un semplice viaggio: è innanzi tutto un&#8217;esperienza esistenziale.<br />
La Bibbia dice che Gerusalemme fu costruita da Dio in opposizione a Babele, che invece fu costruita dagli uomini per se stessi. Per questa ragione rappresenta &#8220;l&#8217;occhio del mondo&#8221; ed è la sede delle tre grandi religioni monoteiste: Cristianesimo, Ebraismo e Islam. Gerusalemme è, quindi, la città degli uomini che, rinunciando alla loro <em>hybris</em>, decidono di affidarsi a un&#8217;entità superiore e infinita. Simbolo della Custodia francescana di Terra Santa è la croce cosmica, o croce di Gerusalemme: una croce greca, cantonata da altre quattro croci più piccole. Il numero quattro, che rimanda ai quattro punti cardinali e all&#8217;infinito sta a significare la presenza cosmica della potenza divina, oltre che ricordare la passione di Cristo e il suo dominio universale: le cinque croci (una grande e quattro piccole), infatti, simboleggiano le cinque piaghe di Gesù sulla croce.<br />
Non occorre essere credenti per subire il fascino di questa città. Gerusalemme incarna la storia del Mondo Antico: le sue culture, le sue contraddizioni. Gerusalemme è un caleidoscopio di sensazioni, idee, culture in costante equilibrio dinamico, pronte ad essere continuamente perturbate. Gerusalemme è la città in cui vizi e virtù umane vengono amplificati in modo esponenziale. Un luogo in cui si sperimenta un grandissimo senso di impotenza, di finitudine, ma anche di <em>pietas </em>per ciò che è la natura umana, con tutte le sue contraddizioni ed incoerenze. È questa <em>pietas</em> che mi rimane nel cuore, ora che sono ritornata a casa, ed è questa <em>pietas</em> che mi fa venire voglia di scrivere, da laica, queste memorie. Credo possano essere uno spunto interessante anche per un non credente e per chi, come me, lavora nel sociale.<span id="more-298"></span><br />
Il pellegrinaggio è iniziato ad Haifa, al Monte Carmelo, sede di un santuario mariano, in cui si trova la grotta di Elia, il profeta caro a tutte e tre le religioni, emblema del monoteismo e della lotta verso l&#8217;idolatria. Di fronte al santuario un monumento per ricordare che questo luogo non è solo l&#8217;ecumenico incontro di tre grandi credi, ma rappresenta anche i conflitti, le lotte e le stragi per appropriarsene.<br />
Si prosegue per Nazareth, il villaggio di Maria e di Giuseppe, in cui ha sede la Basilica dell&#8217;Annunciazione: la Chiesa delle chiese. L&#8217;Immacolata Concezione, al di là degli aspetti più mistici e religiosi, mostra un&#8217;idea di famiglia non convenzionale, quasi scandalosa. Maria rimane incinta prima di sposarsi: è quindi socialmente compromessa, se Giuseppe non riconosce il bambino. Maria, donna fuori dal comune, accetta di stare in una situazione scomoda e pericolosa per lei. Giuseppe, per amor suo e del bambino che porta in grembo, decide di credere alla verginità di Maria e alleva con amore il piccolo. Si parla poco di quest&#8217;uomo nella Bibbia: si narra, nei vangeli apocrifi, che Gesù tornò a Nazareth per riabbracciare il suo &#8220;buon vecchio&#8221;, in punto di morte, e tributargli tutto l&#8217;amore e la riconoscenza che si ha per un padre. Per questo mi piace considerare S. Giuseppe l&#8217;emblema della genitorialità adottiva e la Sacra Famiglia quello delle famiglie allargate e non sempre legittimate, nemmeno dalla stessa Chiesa Cattolica.<br />
Salendo sul Monte Tabor, &#8220;l&#8217;Alto Monte&#8221; citato nel Vangelo, si scorge un santuario circondato da alberi di pepe e ulivi: qui avvenne la Trasfigurazione di Gesù davanti ai discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni. Il miracolo della Trasfigurazione è la metafora della &#8220;guarigione&#8221;, intesa come progressivo raggiungimento di benessere, proprio come la intende l&#8217;OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). È, quindi, un inno alla speranza e alla fiducia nelle nostre parti buone, potenzialmente divine, un ottimismo terapeutico rispetto a quella che è, invece, la finitudine della natura umana. Questo atteggiamento è di per sé miracoloso: noi, operatori del sociale, non dobbiamo mai dimenticarcelo.<br />
Scendendo a Cana di Galilea si ricorda, invece, il primo miracolo di Gesù: la trasformazione dell&#8217;acqua in vino durante uno sposalizio. Miracolo incoraggiato da Maria, a cui obbedisce da figlio, accogliendo le sue sollecitazioni a mantenere viva la festa. Non è l&#8217;unico evento a cui parteciperà Gesù, i farisei lo accusavano di essere troppo &#8220;compagnone&#8221; e di frequentare brutti &#8220;giri&#8221;. Questo episodio ci mostra un Dio fatto uomo che gioisce con gli altri uomini e che sa divertirsi. Questo è un aspetto importante che viene preso in considerazione anche nel campo della salute mentale, accanto alla capacità lavorativa (funzionamento sociale). Gesù rappresenta, quindi, la persona &#8220;sufficientemente sana&#8221;, funzionale, integrata sia nella capacità di gioire, ma anche nella capacità di commuoversi ed emozionarsi. C&#8217;è un santuario a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, che ricorda il &#8220;Dominus Flevit&#8221;, ossia le lacrime di Gesù per la sua città e per le sorti disgraziate degli uomini, incapaci di capire il linguaggio dell&#8217;amore. Non è facile incontrare un Dio che piange. Queste lacrime ci dicono che si è veramente uomini quando si è in grado di commuoversi, la capacità di emozionarsi rende umani e divini allo stesso tempo. La compassione è un sentimento importante perché permette di uscire da se stessi e comprendere i punti di vista altrui, rendendo possibile il rispetto per le differenze, il dialogo e l&#8217;integrazione tra le culture. Sul Monte Hattin sorge il santuario francescano delle Beatitudini, in memoria del discorso che Gesù fece alla gente che giungeva per ascoltare i suoi insegnamenti. Le Beatitudini sono quindi una dimostrazione di vicinanza e d&#8217;incoraggiamento per le persone che soffrono.<br />
Gesù è stato un guaritore, un medico del corpo e dello spirito, ma al di là dei miracoli che ha compiuto, trovo sia interessante soffermarsi su ciò che diceva, da &#8220;medico-santone&#8221;, ai suoi &#8220;malati&#8221;. Giunto alla Piscina Probatica, alle cui acque una credenza giudaica attribuiva poteri terapeutici, un uomo disabile si lamenta perché non riesce a toccare le acque miracolose, perché nessuno lo aiuta e tutti gli passano davanti. Gesù allora gli chiede: <em>&#8220;Ma tu vuoi guarire? Allora alzati, prendi la tua barella e vai!&#8221;</em>, ossia: &#8220;Prendi ciò che sei, non lamentarti e vai avanti! Non sperare in grandi trasformazioni, impara a ottimizzare ciò che sei&#8230; ma, soprattutto, sei in grado di rinunciare ai vantaggi della tua condizione di malato?&#8221;. Il vero miracolo non è avere qualcuno che ci risolve i problemi, ma avere il coraggio di portare la propria &#8220;croce&#8221;, la propria &#8220;barella&#8221;, guardando non solo alle cose che mancano, ma anche alle nostre intrinseche potenzialità. Se crediamo di poter camminare, anche se zoppicando e a passi incerti,riusciremo anche noi a vivere e non semplicemente esistere.<br />
Chi si lamenta, avrà sempre dei motivi per lamentarsi e non vivrà mai bene, nemmeno quando potrebbe farlo. Nel campo della salute mentale, ma non solo, ci troviamo spesso a chiedere a nostri pazienti: &#8220;Ma tu vuoi guarire?&#8221;, perché non è sufficiente l&#8217;intervento dello psichiatra o dello psicologo per aiutarli a stare meglio. I medici solo un tramite perché ciò avvenga e non c&#8217;è miglioramento se non c&#8217;è reale motivazione al cambiamento. Spesso siamo così concentrati a voler cambiare le cose, che ci impediamo di capire perché sono quello che sono. Le malattie spesso si cronicizzano perché offrono al paziente designato alcuni &#8220;vantaggi&#8221; e lo deresponsabilizzano. Restituire la dignità al paziente significa essere utili, non dare aiuto. Nessuno può caricare &#8220;la nostra barella&#8221; per noi.<br />
Riconosco in queste riflessioni molti presupposti dell&#8217;approccio sistemico: essere umili (rinunciare alla propria <em>hybris</em> o supponenza), trattare con dignità ciascuna persona, semplicemente per il fatto che esiste, cercare di capire prima di giudicare, non essere rigidi e manipolatori, ma rispettosi degli individui e delle situazioni.<br />
Ho definito il pellegrinaggio in Terra Santa un&#8217;esperienza esistenziale per tutte queste considerazioni, ma anche per la situazione attuale che questo paese sta vivendo. Gerusalemme è divisa da muri e posti di blocco, le divisioni, inique, provocano odio e rancori: chi ha il potere lo esercita a discapito del più debole. Quest&#8217;ultimo reagisce all&#8217;odio con odio, in un gioco senza fine che produce solo morte e distruzione. In questi luoghi, santi e maledetti allo stesso tempo, non si può che stare in silenzio, come Gesù nel deserto, perché è solo nel silenzio che si può esercitare la propria capacità di ascolto e, forse, alimentare sentimenti di pace e perdono: la voce del silenzio, si dice, è la voce di Dio.<br />
Un piccolo miracolo, in questa &#8220;Babele&#8221;, è il <em> Caritas </em><em>Baby </em><em>Hospital</em>, unico ospedale pediatrico della Cis-giordania che, nonostante i muri e le divisioni, riesce a curare e sostenere i bambini palestinesi di tutte le razze e religioni, nel rispetto delle differenze e dei credi di ciascuno. I muri e lo stato di isolamento a cui sono sottoposti i Palestinesi favoriscono i matrimoni tra consanguinei e le malattie genetiche sono molto diffuse. Le donne continuano a rimanere incinte perché è solo il loro status di madri che le legittima di fronte alla società, ma hanno altissime probabilità di generare altri figli malati. Queste suore e questi medici, senza giudicare, fanno quello che possono per garantire la qualità della vita di questi bambini. Il loro preziosissimo lavoro mi ricorda la parabola dei semi di senape: <em>&#8220;Il regno di Dio è come un granellino di senapa che, quando viene seminato, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.&#8221;</em> (Marco 4, 30-32). Questo è il fascino miracoloso della Terra Santa.</p>
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		<title>Alla ricerca dei perché del suicidio</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Dec 2012 18:38:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tatiana Parma]]></category>
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		<category><![CDATA[incidenza suicidi]]></category>
		<category><![CDATA[suicidi nel nord-est Italia]]></category>
		<category><![CDATA[suicidi tra gli imprenditori]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho sentito, forte, la necessità di scrivere qualcosa sul suicidio, viste le ultime notizie apprese nei mass media. Il quadro che emerge risulta da quanto segue. Le vittime del suicidio hanno un’età media di 52 anni, la fascia maggiormente interessata &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/alla-ricerca-dei-perche-del-suicidio/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2012/12/psico4-150x1501.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-288" title="psico4-150x1501" alt="" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2012/12/psico4-150x1501.jpg" width="150" height="150" /></a>Ho sentito, forte, la necessità di scrivere qualcosa sul suicidio, viste le ultime notizie apprese nei <strong>mass media</strong>. Il quadro che emerge risulta da quanto segue.<br />
Le vittime del suicidio hanno un’età media di 52 anni, la fascia maggiormente interessata va dai 45 ai 54 anni con un’incidenza del fenomeno (i nuovi casi all’anno) pari al 48,5%. La maggior parte dei suicidi si è registrata nel Nord Italia, in particolare nel Nord-Est, ad uccidersi sono soprattutto gli imprenditori, mentre i tentati suicidi si verificano prevalentemente tra i disoccupati.<br />
Il 2012 può quindi essere considerato un <strong>annus orribilis</strong>: da gennaio a dicembre sono 68 le persone che hanno deciso di togliersi la vita in Italia, 66 uomini e 2 donne, circa 8 al mese, a cui si aggiungono 20 tentati suicidi da gennaio a settembre. Le motivazioni sembrano essere di origine economica, registrando un’inversione nel trend del triennio precedente (dati aggiornati al 20 dicembre 2012, presi dal sito <a href="http://www.firstonline.info/news">www.firstonline.info/news</a>).<br />
Treviso, insieme a Venezia, vanta il triste primato del numero più alto di suicidi nel Veneto, che sale a 20 nel 2012. Il più clamoroso è certamente quello del barista 38enne impiccato in piazza S.Vito, nel suo locale, e che ha turbato gli animi dell’intera collettività.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em>La prima reazione che suscita in me chi decide di togliersi la vita è <span id="more-284"></span>di rabbia per chi se ne va e di compassione per chi resta. Per cultura ed educazione sono sempre stata portata a giudicare tale gesto come altamente aggressivo e manipolatorio, frutto di una mente onnipotente, codarda ed egoista. Mi appello all&#8217;idea cristiana, ma anche platonico-aristotelica, che la vita è un dono e che non si è padroni di decidere quando è giunta la nostra ora. Vedo poca differenza, da questo punto di vista, tra suicidio e omicidio, considerando entrambi dei delitti.<br />
Come psicologa, però, mi devo interrogare diversamente, a costo di mettere totalmente in discussione le mie premesse, se voglio mantenere un atteggiamento di neutralità e fare bene il mio lavoro. Queste domande suscitano sempre accesi dibattiti fra i colleghi, proprio perché vanno ben oltre la pratica terapeutica: si rifanno, infatti, all&#8217;essenza dell&#8217;esistenza stessa.<br />
Abbracciando l&#8217;idea sistemica che <em>due menti siano meglio di una</em> ho deciso di rivedere alcune mie posizioni confrontandomi, virtualmente, con diversi autori e professionalità (altre menti), nella speranza di poter avere nuovi stimoli e nuove idee. Quanto segue è il risultato di questo &#8220;incontro&#8221;, una riflessione &#8220;ad alta voce&#8221;, che mi permetto di condividere proprio con l&#8217;intenzione di suscitare nuove riflessioni e dibattiti.<br />
Ciò che conta, infatti, sono le domande, non le risposte&#8230;<br />
Il termine suicidio deriva dal latino <em>sui-</em> <em>caedĕre</em>, che significa “<em>tagliare a pezzi</em> <em>se stessi”</em>. Chi decide di togliersi la vita è infatti lacerato dal di dentro, Giampaolo Lai (medico, psicoanalista, nonché padre del conversazionalismo italiano) parla di tre protagonisti presenti nella scena del suicidio: il Corpo Mortale, l’Anima Feroce e il Killer Spietato, tre protagonisti uniti dal fatto di avere un unico nome, di vivere dentro ad un’unica persona. Il Corpo Mortale subisce la condanna dell’Anima Feroce perché non è stato in grado di realizzare i suoi ideali, mentre il Killer spietato esegue la sentenza, tramutando il pensiero in agito.<br />
Da questa prospettiva ha ancora senso parlare di <em>ragioni</em> del suicidio? Giampaolo Lai ci invita a pensare in termini di <em>passioni</em>. Il salto del suicidio si consuma, infatti, perché mosso da una passione attiva che conferisce al soggetto uno stato di confusione e di instabilità dinamica.<br />
Chiedersi perché una persona si suicida, appare alquanto riduttivo e semplicistico, chiude a possibilità di riflessione, in termini di complessità, perché è una domanda lineare. L’epistemologia da cui sarebbe utile partire è quella <em>sistemica,</em> che prende in esame i molteplici fattori che, interagendo, possono esitare nella decisione di togliersi la vita (n.b.: è interessante constatare che anche il termine “de-cidere” derivi dal latino <em>de-caedo</em>, ossia “<em>tagliare via</em>, <em>togliere via</em>”,<em> </em>proprio come “suicidio”).<br />
Non è facile dare senso ai dati epidemiologici sui suicidi e tentati suicidi, spesso sottostimati, come non è corretto, parlando da un punto di vista epistemologico, strumentalizzare le statistiche, come stanno facendo i giornali e le televisioni. Non si vuole, in questa sede, sottovalutare l’entità della crisi economica e il dramma che stanno vivendo gli imprenditori, ma è opportuno riflettere sulle nostre attribuzioni causali, spesso dettate da pregiudizi, onde evitare una proliferazione del fenomeno, specie tra i giovani.<br />
Il suicidio, da un punto di vista ontologico, va ben distinto dal tentato suicidio, in cui si rileva più una richiesta di attenzione-aiuto che una reale volontà di morire. Come rileva il filosofo Salvatore Natoli, il suicida con il suo gesto vuole dare un messaggio che non ha nulla a che fare con una richiesta di aiuto, ma che riguarda una richiesta di senso. Attraverso il suo radicale “<em>no</em>” alla vita, il suicida afferma l’assurdità della vita stessa, del dolore ad essa connaturato, ma tale affermazione non può più valere per chi muore, ma per chi vive, rendendone intollerabile l’esistenza. Per questa ragione viene considerato un atto altamente aggressivo, non solo verso se stessi, ma anche verso gli altri.<br />
Chi se ne va, invece, attinge la propria perfezione nell’attimo stesso in cui si toglie la vita, nel suicidio c’è il paradosso di una apparente eternità, per questo assomiglia molto alla felicità. Che cos’è infatti la felicità, se non l’esperienza dell’attimo che si attinge e che cade?<br />
Si è riscontrato che chi è socialmente integrato, chi abbraccia un credo religioso sia più protetto dal rischio suicidario. Questo perché le sue azioni sono legate agli altri significativi (reali o interiorizzati), può esserci, quindi, accanto all’indiscussa crisi economica, una crisi di ideali, di valori, dietro a questi nuovi fenomeni? Come e quando si è consumata questa rottura?<br />
La nostra angoscia di morte spesso ci porta a negare il dolore, a soffocarlo, stordirlo, a razionalizzare quanto non può essere spiegato dalla ragione, poiché ha a che fare con la passione. Forse avremmo meno suicidi se, finalmente, accettassimo il dramma della vita, perché l’uomo è capace di felicità, solo se è capace di dolore. La nostra società è la società delle dipendenze da alcol droghe e psicofarmaci, è la società che non tollera la benché minima frustrazione, perché non si vogliono accettare quei “<em>no</em>” che aiuterebbero a crescere, se affrontati, compresi e accettati. È la società che ha <em>ucciso Dio</em>, per poi sostituirlo con altri idoli, che si sono rivelati delle chimere.<br />
Per questa ragione non è opportuno equiparare il suicidio dei giorni nostri con quello della tradizione stoica nell’antica Grecia. Per lo stoico, infatti, la vita è come un teatro e deve essere interpretata da grandi attori: si deve uscire di scena quando ci si accorge di non riuscire a vivere una vita secondo sapienza, quando, cioè, il corpo non permette di realizzare lo spirito che contiene e comprende, quando non c’è più possibilità di essere oggetto di virtù. La morte non è una fuga, né è conseguenza di uno stato di disperazione.<br />
Ecco quindi l’elemento di <em>dignità</em>, il saper uscire di scena quando non ci si sente più attori della propria esistenza, lasciando alla collettività l’immagine migliore di sé. La morte dello stoico era infatti una morte corale: era esibita, si parlava ai discepoli, si abbandonava il mondo in compagnia, con l’intenzione di lasciare la propria memoria. Non c’era rifiuto del mondo, né del dolore. Per questo si avvicina più al concetto di eutanasia che di suicidio.<br />
Per capire un fenomeno, bisogna astenersi dal giudicarlo, anche se non è umanamente facile, nel caso delle condotte suicidarie. Come psicologi siamo tenuti a prevenire qualsiasi forma di atto lesivo, connotandolo di fatto negativamente. Ci troviamo di fronte ad un <em>impasse</em>: si afferma da un lato la libertà umana, la responsabilità individuale, mentre dall’altro ci si interroga sulla fragilità dell’essere e sull’instabilità delle proprie decisioni. Per questo si prende tempo e si chiede per contratto terapeutico una sospensione della decisione per la durata del trattamento psicologico.<br />
Questo non significa negare il diritto di decidere del proprio cliente, ma aprire, attraverso il dialogo terapeutico, al campo delle possibilità, restituendo la capacità di sperare e di rendersi conto che “<em>la libertà è l’esatto opposto dell’arbitrio, accettare il proprio destino significa essere liberi</em>”, come ci insegna Binswanger, psichiatra fenomenologo ed esistenzialista.<br />
Gregory Bateson, grande epistemologo del novecento, nonché padre delle moderne teorie sistemiche, afferma la natura processuale e collettiva del concetto di <em>mente</em>. Nel setting clinico succede proprio questo: dall&#8217;incontro di due anime nasce una mente. C&#8217;è vita quando c&#8217;è dinamicità, caos, quando di apre alla potenzialità e alla complessità. Secondo questa ottica, più che valutare l&#8217;atto suicidario in sé e per sé, è necessario comprenderlo e leggerlo all&#8217;interno del contesto in cui viene attuato, letture meramente sociologiche, come quella di Durkheim, o psichiatriche, che tendono a patologizzare qualsiasi cosa si discosti dalla norma, non sono utili proprio perché tendono a semplificare ciò che nella realtà semplice non è.<br />
Ho molto apprezzato l’invito che James Hillman, psicoanalista junghiano, fa ai terapeuti. Questi parte dal presupposto che il suicidio sia una delle possibilità umane e che la morte possa essere scelta. Il significato di questa scelta dipende dal contesto e dagli individui. Il lavoro dell’analista sta nell’individuare il significato che ha per quella persona il suicidio, al di là di ogni tipo di classificazione. Qui entrano in gioco i valori e le credenze personali. È importante comprendere senza giudicare, anche a scapito dell’atteggiamento orientato alla prevenzione, che per etica bisogna avere. Per prevenire, però, è necessario non contrastare, ma accogliere. La relazione paziente-analista diventa a questo punto essenziale. L’esperienza della morte diviene, quindi, essenziale alla vita, essendo letta come una richiesta di vita più piena. L’anima predilige l’esperienza di morte per introdurre una trasformazione, considerato in questo modo, l’impulso suicida è una pulsione di trasformazione.<br />
Tutto ciò ricorda per certi versi il mito del vaso di Pandora: il vaso di Pandora è il leggendario contenitore di tutti i mali che si riversano nel mondo dopo la sua apertura, sul fondo del vaso rimane solo la speranza: è a questa che fanno ricorso le anime nei momenti di sconforto. La speranza non può mai precedere l’esperienza del dolore, ha senso solo la segue. Così in terapia: si può superare o accettare, solo ciò che si è com-preso ossia “preso insieme”, “abbracciato”. La disperazione produce grido di salvezza, introduce l’esperienza della morte e nello stesso tempo costituisce il requisito della resurrezione.<br />
Heidegger afferma che l’uomo è <em>da sein </em>(ted. esser-ci), è nelle cose, e questo suo essere nel mondo si esprime nel prendersi cura degli altri, che è la struttura basilare del rapporto tra gli uomini. L’aver cura degli altri può prendere due direzioni: si cerca di sottrarre gli altri dalle loro responsabilità, oppure li aiuta ad acquistare la libertà di assumersi le loro cure. Nel primo caso si ha un semplice “stare insieme” e si è davanti ad una forma in autentica di esistenza, nel secondo caso si ha un senso autentico del coesistere. Idea che si connette al concetto sistemico di ecologia della mente, cooperazione, rete di sostegno, integrazione.<br />
Credo fortemente che sia questa la chiave per uscire dalla crisi che stiamo vivendo e che tante vittime ha già fatto nel nostro territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">BIBBLIOGRAFIA</p>
<p style="text-align: justify;">G. BATESON: “<em>Verso un’ecologia della mente</em>”, ed. Adelphi (ed. italiana 1977, originale 1972)</p>
<p style="text-align: justify;">G.BATESON, M.C.BATESON: “<em>Dove gli angeli esitano</em>”, ed Adelphi (ed. ita. 1989, orig. 1987)</p>
<p style="text-align: justify;">E. DURKHEIM: “<em>Il suicidio: studio di sociologia</em>” (1897), ed italiana Rizzoli, Milano (1987)</p>
<p style="text-align: justify;">J. HILLMAN: “<em>Il suicidio e l’anima</em>” (1964), ed ita. Astrolabio, Roma (1972)</p>
<p style="text-align: justify;">W. FESTINI CUCCO, L. CIPOLLONE: “<em>Suicidio e complessità</em>”, Giuffrè editore, Milano (1992)</p>
<p style="text-align: justify;">SELVINI PALAZZOLI, BOSCOLO, CECCHIN, PRATA: “<em>Ipotizzazione, circolarità, neutralità: tre direttive per la conduzione della seduta</em>”, <strong>Terapia Familiare, </strong>n.7, 1980, pp.7-19. Orig. <strong>Family Process</strong>, vol 19, n.1, 1980, pp.73-85.</p>
<p style="text-align: justify;">
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