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	<title>Centro di psicologia ad indirizzo clinico e dell&#039;età evolutiva e psicoterapia. Dott.ssa Patrizia Tombaccini e Dott.ssa Tatiana Parma</title>
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	<description>Psicologia Treviso - Studio di Psicologia e Psicoterapia  -  Carbonera</description>
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		<title>Pensieri negativi: come eliminarli</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2015 13:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Patrizia Tombaccini]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando non stiamo bene e la vita ci sembra ostile, senza uscita, è difficile ricorrere al pensiero positivo e vedere &#8220;il famoso bicchiere mezzo pieno&#8221;. Per quanto ci sforziamo i problemi occupano la nostra mente  e ci rallentano nelle  attività &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/patrizia-tombaccini/pensieri-negativi-come-eliminarli/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a>Quando non stiamo bene e la vita ci sembra ostile, senza uscita, è difficile ricorrere al pensiero positivo e vedere &#8220;il famoso bicchiere mezzo pieno&#8221;. Per quanto ci sforziamo i problemi occupano la nostra mente  e ci rallentano nelle  attività quotidiane. Possiamo ricorrere a palliativi, ma un senso di &#8220;fallimento&#8221; ci accompagna.<br />
Non siamo sereni, non siamo maturati nonostante l&#8217;avanzare dell&#8217;età.  Ci accorgiamo che, più gli anni passano. più la salute diventa precaria, con conseguente accumulo di stress. Dormiamo poco, ci alimentiamo in modo scorretto; il cibo diventa una compensazione: &#8220;faccio qualcosa per me&#8221;, ma in realtà abuso di cose di cui potrei fare a meno.<br />
Ansia e depressione colorano le nostre giornate e, per lenirle,  cibo, alcol, fumo, gioco, droghe, sesso&#8230; sembrano essere  soluzioni atte a placare il malessere. Qualche volta la fuga avviene a livello tecnologico, cercando forme di comunicazione e sfogo con interconnessioni e viaggi in rete.<br />
L&#8217;essere sempre connessi con il mondo  stimola ulteriormente  la mente già sovraccarica di pensieri e limita il senso di autoregolazione già indebolito dagli eventi. Il quadro si complica con un incremento degli insuccessi personali, affettivi, lavorativi&#8230;<br />
Urge ridurre lo stress e riprendersi,  aver cura di sé e della propria vita.  Si può fare.<br />
L&#8217;intervento psicologico appare ora opportuno.  Lo psicologo può utilizzare specifici programmi di riduzione dello stress basati sulla Mindfulness.<br />
La Mindfulness è la capacità di essere presenti nel nostro vivere quotidiano, è  riflessione sull&#8217; essere al mondo, è sapersi prendere cura di noi stessi con fiducia e autostima, recuperando pensieri, emozioni, vissuti.<br />
Si possono trovare soluzioni nuove, dare senso al nostro agire, liberandoci di vecchi schemi rigidi, inefficaci per affrontare le situazioni. hic et nunc, qui e ora.<br />
Ma da dove arrivano i pensieri negativi? Errori sul lavoro? Preoccupazioni economiche? Paura di star male? Di non farcela?<br />
Può essere difficile gestire ansie e preoccupazioni..<br />
Fino a qualche tempo fa si pensava fosse utile negare il problema, o  farlo uscire dalla nostra mente, cacciandolo dai nostri pensieri ,  ma la repressione e rimozione , ormai è consolidato dalla ricerca, non sono affatto utili;  anzi comprimendo i sentimenti questi escono ancora più forti, in modo inaspettato e violento.<br />
Anche qui, lo psicologo può aiutare il paziente a:distrarre il pensiero, concentrando l&#8217;attenzione su qualcosa di specifico,possibilmente un&#8217;attività creativa piacevole;</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>rilassarsi e prendersi cura di sé, diminuendo il tour de force a cui ci stiamo sottoponendo;</li>
<li>pensare in modo &#8220;protetto&#8221; a ciò che non si riesce a gestire;</li>
<li>praticare la mindfulness prendendo consapevolezza di ciò che siamo e cosa possiamo diventare, essendo più forti e consapevoli della negatività che ci opprime.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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		<title>L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): cos&#8217;è?</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2015 16:35:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tatiana Parma]]></category>
		<category><![CDATA[EMDR]]></category>

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		<description><![CDATA[L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto allo stress traumatico. L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/lemdr-eye-movement-desensitization-and-reprocessing-cose/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’EMDR (dall’inglese <i>Eye Movement Desensitization and Reprocessing</i>, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto allo stress traumatico.<br />
L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche o particolarmente stressanti dal punto di vista emotivo.<span id="more-404"></span><br />
Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi disturbanti legati all’evento traumatico hanno una desensibilizzazione, perdono la loro carica emotiva negativa. Il cambiamento è molto rapido, indipendentemente dagli anni che sono passati dall’evento. L’immagine cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta, i pensieri intrusivi in genere si attutiscono o spariscono, diventando più adattivi dal punto di vista terapeutico e le emozioni e sensazioni fisiche si riducono di intensità. L’elaborazione dell’esperienza traumatica che avviene con l’EMDR permette al paziente, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva che avviene, di cambiare prospettiva, cambiando le valutazioni cognitive su di sé, incorporando emozioni adeguate alla situazione oltre ad eliminare le reazioni fisiche. Questo permette, in ultima istanza, di adottare comportamenti più adattivi. Dal punto di vista clinico e diagnostico, dopo un trattamento con EMDR il paziente non presenta più la sintomatologia tipica del disturbo post-traumatico da stress, quindi non si riscontrano più gli aspetti di intrusività dei pensieri e ricordi, i comportamenti di evitamento e l’iperarousal neurovegetativo nei confronti di stimoli legati all’evento, percepiti come pericolo. Un altro cambiamento significativo è dato dal fatto che il paziente discrimina meglio i pericoli reali da quelli immaginari condizionati dall’ansia.<br />
<b>Si sente che veramente il ricordo dell’ esperienza traumatica fa parte del passato e quindi viene vissuta in modo distaccato. I pazienti in genere riferiscono che, ripensando all’evento, lo vedono come un “ricordo lontano”, non più disturbante o pregnante dal punto di vista emotivo.<br />
</b>Dopo l’EMDR il paziente ricorda l’evento ma il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più adattiva. L’esperienza è usata in modo costruttivo dall’individuo ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo. Cioè il paziente realizza le connessioni di associazioni appropriate, quello che è utile è appreso ed immagazzinato con l’emozione corrispondente ed è disponibile per l’uso futuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Quali sono le basi dell’EMDR?<br />
</b>L’approccio EMDR, adottato da un numero sempre crescente di psicoterapeuti in tutto il mondo, è basato sul modello di elaborazione adattiva dell’Informazione (AIP). Secondo l’AIP, l’evento traumatico vissuto dal soggetto viene immagazzinato in memoria insieme alle emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti che hanno caratterizzato quel momento. Tutte queste informazioni immagazzinate in modo disfunzionale, restano “congelate” all’interno delle reti neurali e incapaci di mettersi in connessione con le altre reti con informazioni utili. Le informazioni ”congelate” e racchiuse nelle reti neurali, non potendo essere elaborate, continuano a provocare disagio nel soggetto, fino a portare all’insorgenza di patologie come il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici. Le cicatrici degli avvenimenti più dolorosi, infatti, non scompaiono facilmente dal cervello: molte persone <strong>continuano</strong> dopo decenni a soffrire di sintomi che ne condizionano il benessere e impediscono loro di riprendere una nuova vita.<br />
L’obiettivo dell’EMDR è quello di ripristinare il naturale processo di elaborazione delle informazioni presenti in memoria per giungere ad una risoluzione adattiva attraverso la creazione di nuove connessioni più funzionali. Una volta avvenuto ciò, il paziente può vedere l’evento disturbante e se stesso da una nuova prospettiva. L’EMDR considera tutti gli aspetti di un’ esperienza stressante o traumatica, sia quelli cognitivi ed emotivi che quelli comportamentali e neurofisiologici. Utilizzando un protocollo strutturato il terapeuta  guida il paziente nella descrizione dell’evento traumatico, aiutandolo a scegliere gli elementi disturbanti importanti.  Al termine della seduta di EMDR, quando il processo di rielaborazione ha raggiunto la risoluzione adattiva, l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.<br />
Attraverso il trattamento con l’EMDR è dunque possibile alleviare la sofferenza emotiva, permettere la riformulazione delle credenze negative e ridurre l’arousal fisiologico del paziente.<br />
Questo approccio risulta efficace anche con i pazienti che hanno difficoltà nel verbalizzare l’evento traumatico che hanno vissuto. L’EMDR, infatti, utilizza tecniche che possono fornire al paziente un maggior controllo verso le esperienze di esposizione (poiché non si basa su interventi verbali), e che possono aiutarlo nella regolazione e nella gestione delle emozioni intense che potrebbero scaturire durante la fase di elaborazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>L’EMDR come approccio evidence -based<br />
</b>Nel lasso di trent’anni dalla sua scoperta, ad opera della ricercatrice americana Francine Shapiro, l’EMDR ha ricevuto più conferme scientifiche di qualunque altro metodo usato nel trattamento dei traumi. Oggi è riconosciuto come metodo <i>evidence based</i> per il trattamento dei disturbi post traumatici, approvato, tra gli altri, <i>dall’American Psychological Association</i> (1998-2002), dall’<i>American Psychiatric Association</i> (2004), dall<i>’International Society for Traumatic Stress Studies</i> (2010) e dal nostro <i>Ministero della salute</i> nel 2003. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’agosto del 2013, ha riconosciuto l’EMDR come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.<br />
L’efficacia dell‘EMDR è stata dimostrata in tutti i tipi di trauma, sia per il Disturbo Post Traumatico da Stress che per i traumi di minore entità.  La ricerca recente mostra che, attraverso l’utilizzo dell’EMDR, le persone possono beneficiare degli effetti di una psicoterapia che una volta avrebbe impiegato anni per fare la differenza. Alcune ricerche hanno infatti dimostrato che tra l’84% e il 90% dei pazienti che riportavano l’esperienza di un singolo evento traumatico non mostravano più i sintomi di un Disturbo da Stress Post-traumatico dopo sole 3 sessioni di EMDR da 90 minuti ciascuna. L’efficacia dell’EMDR nel trattamento del PTSD è ormai ampiamente riconosciuta e documentata, ma attualmente l’EMDR è un approccio terapeutico ampiamente usato anche per il trattamento di varie patologie e disturbi psicologici. Data l’importanza che gli eventi traumatici (siano essi traumi singoli che cumulativi e relazionali) rivestono nello sviluppo di differenti patologie, diviene importante affrontarle attraverso un approccio che tenga in considerazione e riesca ad intervenire sull’origine traumatica di tali disturbi.<br />
La ricerca riguardante l’EMDR è una delle prime in cui sono stati evidenziati i cambiamenti neurobiologici che si verificano durante ogni seduta di psicoterapia, rendendo l’EMDR il primo trattamento psicoterapeutico con un’efficacia neurobiologica provata. Le scoperte in questo campo confermano l’associazione tra i risultati clinici di questa terapia e alcuni cambiamenti a livello delle strutture e del funzionamento cerebrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dato il riconoscimento a livello mondiale dell’efficacia di questo metodo terapeutico per il trattamento del trauma, ad oggi più di 120.000 clinici in tutto il mondo usano questa terapia. Milioni di persone sono state trattate con successo negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Fare psicoterapia nell&#8217;era postmoderna</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2015 08:54:08 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Approccio clinico]]></category>
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		<category><![CDATA[costruzionismo sociale]]></category>
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		<description><![CDATA[Il postmodernismo rifiuta l&#8217;esistenza di una verità unica e oggettivabile, rigetta ogni pretesa di assolutismo e determinismo, invita ad apprezzare la complessità e la diversità del sapere umano. La sfida per la psichiatria del terzo millennio è sicuramente costituita dal &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/approccio-clinico/fare-psicoterapia-nellera-postmoderna/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a>Il postmodernismo rifiuta l&#8217;esistenza di una verità unica e oggettivabile, rigetta ogni pretesa di assolutismo e determinismo, invita ad apprezzare la complessità e la diversità del sapere umano. La sfida per la psichiatria del terzo millennio è sicuramente costituita dal superamento dei modelli riduzionistici. L&#8217;intervento psichiatrico può acquisire maggiore adeguatezza ed efficacia essenzialmente attraverso l&#8217;integrazione tra psichiatria, psicoterapia e riabilitazione. In questa logica, è fondamentale un continuo aggiornamento sui modelli teorici che hanno, peraltro, un&#8217;immediata ricaduta in ambito clinico, in generale, e psicoterapeutico, in particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">9 Novembre 1989: crolla il Muro di Berlino, simbolo della divisione tra Est e Ovest. Il Muro divise la città di Berlino per 28 lunghi anni: dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989, anno in cui la DDR decretò l’apertura delle frontiere con la BRD (NB:Speculare e contemporanea a Berlino, la storia  del muro di Gerusalemme. Proprio mentre cadeva il Muro, ne sorgevano altri, per dividere i territori palestinesi da quelli israeliani. È evidente che le ideologie e i totalitarismi continuano ad essere ben presenti e radicati tra gli esseri umani).<span id="more-386"></span><br />
La caduta del muro diede inizio all’Autunno delle Nazioni, un’ondata rivoluzionaria avvenuta nell’Europa Centrale ed Orientale, quando i regimi comunisti furono rovesciati nel giro di pochi mesi. In quello stesso periodo si dichiarò la fine della guerra fredda. Il crollo del muro è diventato, per questa ragione, il simbolo della crisi delle ideologie e dei totalitarismi, sancendo il passaggio da una cultura moderna ad una cultura postmoderna.<br />
Il pensiero postmoderno è un movimento eclettico, fortemente influenzato da fenomenologia, strutturalismo ed esistenzialismo, in particolare da Nietzsche, Heidegger e dal secondo Wittgenstein (teoria dei giochi linguistici). Tra i più influenti rappresentanti del postmodernismo ricordiamo: Michel Foucault, Jean-François Lyotard, e Jaques Derrida.<br />
Foucault (opere: dal 1961 al 1984) si è avvicinato alla filosofia postmoderna da una prospettiva archeologica, ristoricizzando e destabilizzando le strutture filosofiche del pensiero occidentale. Si è occupato di formazioni discorsive, ossia di come si organizzano i discorsi intorno ai vari saperi (“archeologia del sapere”), in particolare: la sessualità, la follia e la criminalità. Le sue considerazioni più interessanti hanno riguardato la definizione e il cambiamento della conoscenza per opera dei meccanismi di potere e della biopolitica.<br />
Gli scritti di Lyotard sono focalizzati sul ruolo delle narrazioni nella cultura umana e su come tale ruolo sia cambiato quando abbiamo lasciato la modernità e siamo entrati in una condizione postindustriale o postmoderna. Per Lyotard (1979) le filosofie contemporanee legittimano le loro affermazioni di verità non su basi logiche o empiriche, ma piuttosto su basi di storie accettate o metanarrazioni.<br />
Derrida, padre del decostruzionismo, è uno dei maggiori critici della metafisica occidentale. Derrida (2008a; 2008b; 2009a) ha riformalizzato la cultura umana, definendola una rete disgiunta di segni e scritti che proliferano e agiscono, anche in assenza del loro autore.<br />
Il passaggio dal pensiero moderno a quello postmoderno ha influenzato anche il modo in cui gli psicoterapeuti vedono i problemi psicologici ed il loro trattamento, mettendo in discussione le nozioni tradizionali della persona, della psiche, e perfino dei disturbi psicologici e del loro trattamento. Il concetto di Sé, per esempio, non è più considerato una realtà ontologica stabile e separata: l’individuo postmoderno ci appare come unconglomerato di Sé, un’entità sociologica modulata dal linguaggio (Guidano). Come direbbe Heidegger (1956): “sembra che la lingua parli noi, non meno di quanto noi parliamo la lingua”.<br />
In contrapposizione alla visione oggettivistica degli esseri umani come scoperta di fatti e verità, il costruttivismo illustra i modi in cui gli esseri umani costruiscono le loro realtà personali a sociali (Keeney, 1983; Guidano, 1987; Gergen, 1992). Gli esseri umani sono quindi artefici dei loro mondi sociali e psicologici piuttosto che scopritori di &#8220;realtà&#8221; pre-esistenti (Gergen, 1994). Come indicato da Polkinghorne (1992), questa posizione, piuttosto che essere solipsistica, pone l&#8217;accento sui modelli interpretativi comuni a persone che condividono una storia sociale, culturale e persino familiare. Nella visione postmoderna del mondo le idee devono essere &#8220;utili&#8221;, non &#8220;vere&#8221;, ma soprattutto &#8220;non vanno mai sposate&#8221; (Cecchin, 1987; 1997; 2003).<br />
Il pensiero postmoderno ha cambiato il paesaggio psicoterapeutico portando ad una reinterpretazione delle modalità psicoterapeutiche già esistenti e contribuendo allo sviluppo della prospettica narrativa (Epston e White, 1990) e ipertestuale (Giuliani e Nascimbene, 2009).<br />
Ricoeur (1970), rileggendo in chiave postmoderna i contributi della teoria psicoanalitica, ne sottolinea il carattere prettamente ermeneutico: i contenuti di cui si occupa l&#8217;analista sono &#8220;sempre più rappresentativi, dalle fantasie alle opere d&#8217;arte alle convinzioni religiose&#8221;. Inoltre, sebbene Freud intendesse dare alla sua teoria un&#8217;impostazione strettamente scientifica, la teoria non può soddisfare gli stessi criteri logici di altre teorie delle scienze naturali. Più recentemente, Dorpat e Miller (1992) hanno reinterpretato il concetto psicoanalitico del transfert: esso è più di una semplice ripetizione di modalità interattive con le persone significative del passato (oggetti primari), poiché interessa, in modo ricorsivo, anche il rapporto attuale tra l&#8217;analista ed il paziente.<br />
Adler stesso rifiutava la visione di una realtà stabile e conoscibile (Gergen, 1991), anticipando molti assunti del pensiero postmoderno: considerava, infatti, le costruzioni cognitive dell&#8217;essere umano delle &#8220;nozioni fittizie&#8221; che, nonostante tutto, andavano a formare la base del comportamento. Il terapeuta, nella prospettiva adleriana, non è un esperto onnisciente che può dare risposte a soluzioni, il Sé &#8220;creativo&#8221; del cliente è, in definitiva, influenzato dalle sue costruzioni ed aspettative personali e dal loro inserimento nei contesti familiari e culturali (Gergen, 1994).<br />
Nell&#8217;ambito della psicoterapia cognitiva, il postmodernismo presenta, invece, una serie di sfide e criticità e non viene sostenuto da tutte le scuole. Gli approcci costruttivisti di matrice cognitivo-comportamentale, si distanziano dagli approcci tradizionali perché non si interessano al grado di adeguamento alla &#8220;realtà&#8221; delle cognizioni, ma alla loro storia e al loro valore funzionale in specifici contesti (Guidano, 1991). Uno dei compiti principali in queste psicoterapie è dare ai clienti l&#8217;opportunità di sperimentare nuove risposte, che pongano in discussione le strutture di conoscenza disfunzionali e offrano nuove modalità di problem solving, più adeguate al contesto attuale del cliente.<br />
La terapia familiare è stata agevolata in questo mutamento di paradigma dai contributi della teoria dei sistemi. Mentre la tradizione cartesiana del modernismo tentava di analizzare le entità, esaminando le proprietà delle loro parti, chi pensa ai sistemi riconosce che le proprietà intrinseche delle cose non possono essere trovate nelle singole componenti (Capra, 1996). Poiché le parti si uniscono per formare un tutto, emergono nuove proprietà che non possono essere dedotte prima dalle caratteristiche note dei componenti singoli. Pertanto, il terapeuta della famiglia pone l&#8217;attenzione sulle relazioni ed i processi di feedback tra i membri che costituiscono la famiglia come un sistema complesso auto-organizzato, il disagio del singolo (paziente designato) diviene sintomo di un disagio relazionale. Molti terapisti della famiglia, tra i quali Boscolo e Cecchin (et al., 1987), sono stati influenzati dalla concettualizzazione costruttivista della realtà (seconda cibernetica). La Scuola di Milano (Milan Approach) considera il terapeuta &#8220;osservatore nel sistema osservato&#8221; e rinuncia ad ogni pretesa di oggettività: lo sguardo e le ipotesi del terapeuta sono sempre influenzati dalla sua storia, dalle sue premesse, dal fatto di essere, egli stesso, un co-costruttore di realtà e significati (von Foerster, 1987; Maturana e Varela, 1987).<br />
I costruttivisti sociali vedono la realtà quale esito di un processo socialmente negoziato, in cui le pratiche linguistiche costituiscono le &#8220;regole&#8221;, secondo le quali arriviamo alla comprensione del mondo. Pertanto, la narrativa e l&#8217;ermeneutica assumono un ruolo centrale nella comprensione delle convinzioni e delle idee socialmente costruite e mantenute dal sistema familiare. Queste tecniche propongono un&#8217;enfasi sulla prevalenza dell&#8217;esperienza personale, un&#8217;attenzione particolare sul processo di creazione del significato attraverso il linguaggio, a un dedicarsi alla messa in opera del comportamento, come mezzi per la ricostruzione dei problemi.<br />
Uno dei più importanti sviluppi postmoderni della psicoterapia dell&#8217;ultimo decennio è stato l&#8217;emergere della prospettiva narrativa (Epston e White, 1990; White, 1992). I terapisti narrativi tendono a concettualizzare le difficoltà dei clienti come derivanti dalla creazione di storie personali che sono contraddittorie o poco funzionali alle loro esperienze di vita. La terapia consiste nell&#8217;aiutare i clienti a distanziarsi dai loro problemi (processo di esternazione) e a vedere le loro difficoltà come costruzioni aperte alla rinegoziazione ed al cambiamento. Il linguaggio, infatti, è ritenuto essere creatore attivo di realtà piuttosto che semplice specchio di stati di cose esistenti: il gioco di parole umano può condurre a nuovi livelli di significato, che trascendono le loro funzioni originarie di denotazione.<br />
Quasi quarant&#8217;anni fa, la psichiatria ha vissuto la sua primavera: che ne è stato? C’è il pericolo che si ritorni ad una concezione della follia come malattia incurabile, pericolosa e, perciò, da segregare? Si può pensare al postmodernismo come ad una nuova modalità di pensiero che offra maggior flessibilità alla psichiatria e ampli le possibilità di cura nel campo della salute mentale? Non è facile, e certamente poco rassicurante, dover abbandonare l&#8217;idea che esista una realtà oggettiva e oggettivabile. Non è facile, per un terapeuta essere utile al proprio paziente, senza pensare di essere determinante o istruttivo&#8230; dover rinunciare, insomma, alla propria hybris. Se si riesce ad elaborare questo lutto, però, si apre innanzi a noi un nuovo modo di esser-ci, contraddistinto dalla libertà di pensiero, dalla creatività e dal rispetto del sacro (Bateson, Bateson, 1987), che offre, a chi ha il potere e la responsabilità della cura, molte più possibilità di lavoro e di interazione con gli altri, in particolare con il mondo del disagio e della sofferenza.</p>
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		<title>La storia del Milan Approach</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 14:24:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Milan Approach, o più precisamente Scuola di Milano, è un modello di terapia ad orientamento sistemico-familiare e relazionale, sviluppato a Milano a cavallo tra gli anni sessanta e settanta da Mara Selvini Palazzoli, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/la-storia-del-milan-approach/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a>Il Milan Approach, o più precisamente Scuola di Milano, è un modello di terapia ad orientamento sistemico-familiare e relazionale, sviluppato a Milano a cavallo tra gli anni sessanta e settanta da Mara Selvini Palazzoli, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata (psichiatri, psicoterapeuti). I riferimenti teorici della Scuola di Milano sono numerosi e si sono evoluti nel tempo. Possiamo tuttavia identificare come basi di partenza gli studi di Bateson e del gruppo di Palo Alto (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1967), la teoria generale dei sistemi (von Bertalanffy, 1968), la cibernetica di primo ordine e, successivamente, la cibernetica di secondo ordine (von Foerster, 1987), il costruttivismo (Maturana e Varela, 1987) e il costruzionismo sociale (Gergen e McNamee, 1998).<br />
Il modello milanese è conosciuto in tutto il mondo ed è seguito, in modo più o meno esplicito, da numerosi terapeuti. Fu Mara Selvini Palazzoli a stabilire i primi legami professionali con clinici e ricercatori internazionali, grazie alla pubblicazione del testo “L&#8217;anoressia mentale” (1963). La Selvini Palazzoli, fino ad allora medico psicoanalista, venne riconosciuta come uno tra i più importanti studiosi sistemici, proprio per le modalità con cui trattava in terapia le sue pazienti. Nel 1971 fondò il Centro per lo Studio della Famiglia, chiamando a collaborare con lei gli amici e colleghi Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata, che divennero noti in tutto il mondo come “i quattro della Scuola di Milano”.<span id="more-389"></span><br />
L’evoluzione da un modello psicoanalitico ad un modello sistemico-familiare avvenne gradualmente e in modo sperimentale: i “quattro” iniziarono a vedere le famiglie alla fine della settimana lavorativa, solitamente il venerdì, mentre, i restanti giorni, continuavano ad esercitare la loro professione di psicoanalisti. Nelle pause riflettevano sul loro operato e studiavano i lavori del gruppo di Palo Alto, finché, nel 1975, uscì “Paradosso e Controparadosso”, pietra miliare della terapia strategica, che sancì ufficialmente la loro affrancatura dall’ortodossia psicoanalitica. A spronarli fu anche Paul Watzlawick, che nei suoi viaggi in Italia visitò il Centro e citò la Scuola di Milano in più di un&#8217;occasione.<br />
L’esordio sulla scena clinica internazionale fu nel 1974, con la pubblicazione del primo articolo in inglese: “The Treatment of Children through Brief Therapy of Their Parents”, dove vennero messi in evidenza i primi temi fondamentali del metodo milanese: l&#8217;importanza dell&#8217;invio, l&#8217;uso dell&#8217;équipe terapeutica, la connotazione positiva e, in special modo, le prescrizioni di rituali familiari, interventi per l&#8217;epoca innovativi, usati per cambiare l&#8217;interazione familiare. Si approfondirono, quindi, le dinamiche relazionali implicate nel disturbo anoressico, nonché la complessità delle famiglie a transazioni schizofreniche, pubblicando studi e ricerche all&#8217;avanguardia.<br />
La pubblicazione di “Paradosso e Controparadosso” fu il manifesto del loro nuovo modus operandi. La famiglia venne intesa come un sistema in cui il sintomo è mantenuto da modelli transazionali governati da regole. Venne introdotto il concetto di hybris, &#8220;la supponenza, la tracotanza, la tensione simmetrica esasperata”, tipica del pensiero rigido e disfunzionale. Il gruppo spiegò dettagliatamente le proprie modalità operative, a partire dalla struttura delle sedute, fino alla descrizione dettagliata delle tecniche e prescrizioni tra cui: la connotazione positiva, i rituali familiari, le tecniche per recuperare gli assenti, quelle per aggirare la disconferma, ecc.<br />
L&#8217;idea di base era che il comportamento sintomatico servisse, paradossalmente, a mantenere l&#8217;omeostasi della famiglia e che, pertanto, fosse necessario un intervento controparadossale per sostituirla con una più funzionale. Per far ciò, all&#8217;ingiunzione paradossale elaborata dalla Scuola di Palo Alto, il Centro associò le tecniche sopra citate: una vera innovazione per l&#8217;epoca. “Paradosso e Controparadosso” rappresentò la prima fase del pensiero sistemico della scuola di Milano, detta “strategica”: la terapia era vista come una guerra o come una partita a scacchi contro ciò che si riteneva disfunzionale o patologico.<br />
L&#8217;approccio milanese subì, in un secondo momento, l&#8217;influenza del pensiero della complessità e del costruttivismo, attraverso le figure di Heinz von Foerster, Humberto Maturana e Francisco Varela. Nel 1980 uscì su Family Process l&#8217;articolo “Ipotizzazione, circolarità, neutralità: tre direttive per la conduzione della seduta”, l&#8217;ultimo firmato dai &#8220;quattro&#8221;. Quell&#8217;articolo rappresentò la sintesi del loro lavoro in équipe e gettò le basi per quello che sarà il loro successivo affrancamento. Mara Selvini Palazzoli e Giuliana Prata proseguirono con la ricerca, mentre Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin si interessarono alla formazione di futuri terapeuti e alla divulgazione del loro modello in tutto il mondo.<br />
Mara Selvini Palazzoli fondò solo più tardi (nel 1993) una scuola di psicoterapia presso il &#8220;Nuovo Centro di Terapia della Famiglia&#8221;, avvalendosi della collaborazione di Stefano Cirillo, Anna Maria Sorrentino e del figlio Matteo Selvini. Insieme, si concentrarono sull’analisi dei pattern relazionali delle famiglie disfunzionali, i cosiddetti &#8220;giochi psicotici” (1988), per poi approdare a tecniche che integravano la terapia individuale e familiare, la teoria dell&#8217;attaccamento e alcuni modelli psicodinamici (Gabbard, 2007). Mara Selvini Palazzoli morì nel 1999, la rivista &#8220;Terapia Familiare&#8221; le consacrò una serie di necrologi nel numero 64 del novembre 2000.<br />
Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin hanno invece proseguito con lo studio di Bateson, Maturana e Varela e von Foerster, aderendo al paradigma della seconda cibernetica, in cui si rinuncia ad ogni pretesa di oggettività e si pone l&#8217;attenzione sull&#8217;osservatore più che sul sistema osservato. Questo, a loro dire, anche grazie alle continue domande dei loro allievi, che, per carpire i segreti del “buon terapeuta”, non perdevano occasione di farli riflettere sul loro operato durante le terapie, costringendoli, come direbbero Maturana e Varela (1987), a comunicare sulle loro comunicazioni.<br />
Cecchin (et al. 1992; 1997) si è occupato, prevalentemente, delle premesse e dei pregiudizi del terapeuta, invitando sempre ad un atteggiamento di curiosità (1987), da affiancare all’ipotizzazione, alla circolarità e alla neutralità: i tre cardini del Milan Approach. Il lavoro con l’équipe dietro lo specchio unidirezionale risulta, quindi, fondamentale per prendere consapevolezza di tali processi e monitorarsi costantemente.<br />
Altro concetto cardine è l’irriverenza, la non accondiscendenza alle “idee perfette” (2003), che sono considerate “hybris delle prigioni della mente”. Una riflessione importante è il significato di matrice esistenziale del “ti vedo” cecchiniano (Bozzetto, 2010): un uomo esiste al mondo (dasein) solo se è visto da un altro uomo, il disagio e la malattia sono spesso un modo che usano le persone per essere riconosciute, viste, considerate.<br />
Cecchin è morto nel 2004, in un tragico incidente d’auto, lasciando un’eredità e degli stimoli preziosi, ma anche tanti rimpianti per tutto quello che avrebbe ancora potuto dire e fare. Una caratteristica importante del suo modo di pensare era, appunto, la provvisorietà e il fatto che fosse in eterno work in progress. Per questa ragione, nell’ultima fase, preferiva sostituire la parola “fantasia” ad “ipotesi”, proprio perché permetteva al terapeuta di essere più libero e irriverente (…anche dal pensiero razionale a cui è connesso il concetto stesso di &#8220;ipotesi&#8221;).<br />
Luigi Boscolo, parallelamente, ha continuato con il perfezionamento del modello sistemico, allargandolo anche a livello individuale e non solo familiare. Da queste esperienze, insieme a Paolo Bertrando, pubblica: “I Tempi del Tempo” (1993) e “Terapia Sistemica individuale” (1996), in cui vengono approfonditi aspetti legati alla narrazione e alla storicizzazione degli eventi, processi fondamentali per uscire da una comunicazione a doppio legame, con particolare interesse alle domande sul futuro, dall’intrinseco potenziale terapeutico, proprio perché aprono al cambiamento e a nuove possibilità.<br />
In “Terapia Sistemica Individuale” (1996) viene proposta una visione più ampia del Milan Approach, che Boscolo e Bertrando definiscono “epigenetica”, ossia per stratificazione (gr. epi: sopra e génesis: generare, produrre). Vengono così recuperati molti concetti di matrice psicoanalitica, prima rinnegati, ma ricontestualizzati in chiave sistemica, insieme ai contributi del costruzionismo sociale e della narrativa.<br />
L’ultima riflessione di Boscolo (anni 2000), prima di ritirarsi a vita privata, riguarda il ruolo delle emozioni e dell’empatia in terapia: si ha vero cambiamento, solo se, accanto alla comprensione razionale, si ha anche una comprensione affettivo-emotiva. Concetti che erano stati accantonati nella prima fase del Milan Appoach, poiché troppo vicini all’idea di insight psicoanalitica, ma rivalutati proprio in virtù della prospettiva epigenetica.<br />
Il concetto di “epigenesi” è molto vicino a quello di “epistemologia genetica” di Piaget (1970), che si riferisce allo sviluppo dell’intelligenza come risultato di un’interazione<br />
dinamica tra organismo e ambiente, per mezzo dei meccanismi di assimilazione, accomodamento ed equilibrazione. Il Milan Approach risulta essere per questa ragione una cornice che lascia ampio spazio alla creatività e alla libertà di pensiero di coloro che vi aderiscono, senza essere tuttavia un’accozzaglia di teorie contraddittorie e confusive. La base di partenza e il faro a cui fare riferimento rimangono sempre la teoria dei sistemi viventi di von Bertalanffy (1968), la visione ecologica della mente e delle idee di Bateson (1972), la cibernetica di secondo ordine (von Foerster, 1987) e il costruttivismo (Maturana e Varela, 1987).</p>
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		<title>Il problema della diagnosi secondo il Milan Approach</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 14:17:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Boscolo e Cecchin (padri del Milan Approach) erano due psichiatri e, come tali, non potevano prescindere dal confronto con il mondo della psicosi e le relative diagnosi. In un articolo stampato nel 1988, sulla rivista Psicobiettivo, affrontano l’argomento e definiscono &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/il-problema-della-diagnosi-secondo-il-milan-approach/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a>Boscolo e Cecchin (padri del Milan Approach) erano due psichiatri e, come tali, non potevano prescindere dal confronto con il mondo della psicosi e le relative diagnosi. In un articolo stampato nel 1988, sulla rivista Psicobiettivo, affrontano l’argomento e definiscono con precisione l’approccio della scuola di Milano, ponendosi in dialettica con le procedure standard. La Diagnosi psichiatrica tradizionale (DSM, ICD) interessa, infatti, il solo individuo e lo isola dal suo contesto, proprio a causa del linguaggio che viene utilizzato (es: lo schzofrenico, l’anoressica, etc…). Questo modo di etichettare corre il rischio di cronicizzare quei comportamenti che si vorrebbero, invece, curare.<span id="more-387"></span><br />
Aderendo alla prima cibernetica (anni ‘70), si è cominciato a guardare al paziente come parte di un sistema più ampio, passando dalla presa in carico dell’individuo a quella dell’intero gruppo familiare. Anche il linguaggio con cui si accompagnava la diagnosi è cambiato, interessando, anziché l’individuo, i pattern familiari, preceduti dalla dicitura “a transazione…” (es: famiglia a transazione schizofrenica, famiglia a transazione anoressica,Con la seconda cibernetica (anni ‘80), si assiste ad una ulteriore svolta epistemologica: l’osservatore fa parte del sistema osservato, per cui si deve abbandonare ogni pretesa di oggettività, il terapeuta descrive solo ciò che vede, non ciò che è. Dalla diagnosi si passa così all’ipotesi, ragionando in termini di possibilità e non di certezza.<br />
Boscolo e Cecchin vissero in prima persona la rivoluzione operata in Italia da Psichiatria Democratica e che portò alla promulgazione della legge 180. Rientrarono dall&#8217;America, dove vivevano e lavoravano, chiamati da Mara Selvini Palazzoli, proprio agli inizi degli anni settanta, periodo di grande fermento in Italia. Nel loro lavoro clinico, l&#8217;importante intuizione che un modo di deistituzionalizzare fosse proprio l’ipotesi sistemica.<br />
Il processo di ipotizzazione, infatti:<br />
- sfida la diagnosi, non accetta la definizione di malattia, non accetta la definizione di “problema individuale”;<br />
- introduce elementi nuovi, che fanno la differenza, risultando perciò informativi (Bateson, 1972);<br />
- ricolloca le informazioni nel contesto spazio-temporale;<br />
- è attenta all’uso del linguaggio;<br />
- apre a diverse possibilità vs unica realtà;<br />
- è dinamica, crea instabilità (perturbazioni);<br />
- non va mai “sposata”;<br />
- è co-creata: interessa tutto il sistema, connette le varie informazioni;<br />
- rende possibile evoluzioni diverse nel sistema e ne sfrutta le naturali potenzialità;<br />
- è naturalmente ottimista (ottimismo terapeutico).<br />
Nell’articolo (ibidem) si analizzano i passaggi che portano un individuo, da un&#8217;iniziale condizione di sofferenza e disagio, alla patologia conclamata e, infine, alla cronicità. Questi comincia con l’avere comportamenti definiti da “cattivo” o da “matto”, che la famiglia non è in grado di cambiare né di comprendere, per questa ragione decide diportarlo da uno specialista. Il medico è chiamato a fare una diagnosi, creando, così, una differenza tra il cosiddetto “paziente designato” e il gruppo dei “ragionevoli” (primo processo di devianza). Il “diverso” non è d’accordo: nega la propria “pazzia”, perde il controllo e, così facendo, conferma l’idea dello specialista. Si inizia con la terapia farmacologica e altri interventi psicoterapeutici, andando a confermare sempre più la diagnosi: si co-crea una realtà molto rigida e potente, tanto che anche il paziente designato comincia a credere nella diagnosi e si comporta come tale (profezia che si auto-avvera).<br />
Il Milan Approach si contrappone alla carriera di uno psicotico cronico proprio perché cerca di:<br />
- creare un clima relazionale positivo, mettere le persone a proprio agio (ingaggiarle, agganciarle), non si pone in competizione (hybris);<br />
- sfidare la diagnosi, es. “Quando ha cominciato a pensare di essere schizofrenico, depresso ecc..? ”;<br />
- restituire alla persona un senso di autoefficacia e responsabilità, es.“Come mai ad un certo punto ha deciso di essere schizofrenico?”;<br />
- chiedere, quando un familiare dice che un suo congiunto è malato (diagnosi), come si è arrivati a tale definizione e che significato abbia per i membri della famiglia;<br />
- mettere in connessione il comportamento del paziente designato con quello degli altri membri del sistema in cui è inserito, es: “Quando x si comporta così, cosa fa y? ”;<br />
- fare ipotesi per rendere le proprie definizioni provvisorie;<br />
- usare le domande circolari e riflessive (Tomm, 1991), basate cioè sulle retroazioni (feed-back) dei soggetti, che favoriscono l’insorgere di nuove informazioni, e rendono il pensiero più flessibile e aperto al cambiamento;<br />
- usare la connotazione positiva, per dare senso ai comportamenti, anche quelli più disfunzionali, accettare gli individui per ciò che sono e creare un clima relazionale positivo, in cui sia possibile far nascere il cambiamento;<br />
- creare instabilità nel sistema (perturbazioni) e favorirne le sue naturali evoluzioni.<br />
Mettere da parte la diagnosi non significa negare il disagio e la sofferenza dell’individuo, e quindi la malattia, così come non significa rinunciare ai farmaci e all’ausilio di altri esperti, specie nel caso di patologie gravi e/o con basi neurologiche. L’atteggiamento depatologizzante è una forma mentis che permette al terapeuta di andare al di là del sintomo e di guardare ciò che ancora funziona: le risorse o, come direbbe la Walsh (2003), la resilienza del sistema. Spesso, sottolineano Boscolo e Cecchin (ibidem), la malattia, specie se organica, prende il sopravvento su tutto il resto, blocca il sistema e impedisce di prendere consapevolezza di ciò per cui vale ancora le pena di vivere e guardare al futuro.<br />
Connotare positivamente i sintomi e le persone implicate non vuole essere un atteggiamento lezioso e poco autentico: il terapeuta deve essere coerente con ciò che dice ed essere in grado di comunicarlo in modo credibile. Gli aspetti non verbali del linguaggio sono importanti tanto quanto i verbali e, come ci ricordano Watzlawick, Beavin, Jackson (1967), “è impossibile non comunicare”. L’uso della connotazione positiva richiede allenamento ad un nuovo un modo di pensare, diverso dalla nostra cultura aristotelico- cartesiana e più vicino al pensiero orientale e degli Indiani d&#8217;America (Dell, 1980). È un linguaggio orientato al processo, al cambiamento e all’assenza di giudizio. Requisiti importanti per chi vuole operare in modo terapeutico.<br />
Il Milan Approach può, quindi, contribuire a rendere più sopportabili i paradossi connessi al campo della psichiatria e della salute mentale? È una modalità di psicoterapia che può riscattare la psichiatria, curandola dal di dentro? Apprendere e interiorizzare tale modello vuol dire potenziare le proprie capacità di intervento e quindi implica un’acquisizione di responsabilità pienamente in linea con quanto l’OMS ha compendiato, nel 1988, nella cosiddetta “Carta di Ottawa”.<br />
“La promozione della salute è il processo che mette in grado le persone di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla […]. La salute è quindi vista come una risorsa per la vita quotidiana, non è l’obiettivo del vivere. La salute è un concetto positivo che valorizza le risorse personali e sociali, come pure le capacità fisiche. Quindi la promozione della salute non è una responsabilità esclusiva del settore sanitario, ma va al di là degli stili di vita e punta al benessere […]. I prerequisiti e le aspettative per la salute non possono essere garantiti solo dal settore sanitario. Quel che più conta è che la promozione della salute richiede un’azione coordinata da parte di tutti i soggetti coinvolti: i governi, il settore sanitario e gli altri settori sociali ed economici, le organizzazioni non governative e di volontariato, le autorità locali, l’industria e i mezzi di comunicazione di massa. Le persone di ogni ceto sociale sono coinvolte come individui, famiglie e comunità. Per laricerca della salute, i gruppi professionali e sociali e il personale sanitario hanno l’importante responsabilità di mediare tra i diversi interessi presenti nella società. Le strategie e i programmi di promozione della salute dovrebbero essere adattati ai bisogni locali e alle possibilità dei singoli paesi e regioni, in modo da tenere conto dei diversi sistemi sociali, culturali ed economici.”</p>
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		<title>Il problema della diagnosi in psicoterapia: somiglianze e differenze con la psichiatria</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 13:50:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La questione della diagnosi, già a partire dal IV secolo a.C. (Foucault, 1984), è strettamente connessa a quella dell’eziologia. Fu in questa matrice che nacque e si sviluppò la medicina di Ippocrate (460-377a.C.), prima scuola medica strutturata dell&#8217;antichità (Foucault, 1961; &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/il-problema-della-diagnosi-in-psicoterapia-somiglianze-e-differenze-con-la-psichiatria/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a> La questione della diagnosi, già a partire dal IV secolo a.C. (Foucault, 1984), è strettamente connessa a quella dell’eziologia. Fu in questa matrice che nacque e si sviluppò la medicina di Ippocrate (460-377a.C.), prima scuola medica strutturata dell&#8217;antichità (Foucault, 1961; 1962; 1963; 1984b).<br />
Anche la psicoterapia ha una storia antica. La formazione filosofica, la religione e l’esercizio dell&#8217;arte hanno rappresentato da sempre, insieme alla pratica medica, un aspetto importante nella cura e nella comprensione delle turbe dell’anima. Si pensi, per esempio, all’uso della catarsi (gr. kátharsis: purificazione) nella tragedia greca o nella celebrazione di riti e sacrifici, presso i templi dedicati ad Esculapio (dio tutelare della medicina). Tutte queste riflessioni costituiscono un terreno comune nella storia della psichiatria e della psicoterapia, elementi di continuità e somiglianza. Nell’età antica e in quella classica, infatti, il sapere era integrato e custodito dalla riflessione filosofica. Il “saggio” era un eclettico, in grado di spaziare tra le varie discipline, da quelle medico-scientifiche, alle logico-matematiche, fino a temi di carattere etico-psicologico. Tale primato ha cominciato a sgretolarsi sotto la spinta positivista, mano mano che la scienza progrediva e l’uomo conquistava nuovi saperi. <span id="more-384"></span><br />
La filosofia ha, così, perso il suo status di superiorità nei confronti delle altre scienze, restringendo il suo ambito di interesse all&#8217;epistemologia (discorso sulla scienza e sulla conoscenza) e alla riflessione bio-etica (fin dove può spingersi l’hybris umana? Che fare dopo aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza?). Da questo momento in poi, a mio avviso, la pratica bio-medica (neuropsichiatria) e quella psicoterapica hanno cominciato a differenziarsi. Il sapere bio-medico ha assunto un carattere tecnico-politico, definendosi come una branca specializzata dell’igiene pubblica, cioè come un campo particolare della protezione sociale contro i pericoli connessi alla malattia; quello psicoterapico, in senso lato, ha mantenuto il suo carattere relazionale e pseudo-artistico, interessandosi più alla comprensione e alla connotazione del disagio mentale, che al disturbo tout court.<br />
Se, infatti, nell’ambito pubblico della salute mentale è necessaria una diagnosi per prendere in carico un paziente e aprire una cartella clinica, nel momento in cui si fa psicoterapia non è la diagnosi ad essere importante di per sé, ma il modo con cui viene utilizzata nella relazione con il proprio paziente-cliente. In psicoterapia, qualunque orientamento teorico si segua, è infatti la relazione il vero motore del cambiamento (Fava Vizziello, Stern 1992), la tecnica ne è solo un tramite. Per questa ragione lo psicoterapeuta non si interessa tanto alla presunta malattia, ma all’individuo (dal lat. in-dividuus: indivisibile) nella sua totalità.<br />
Quando si passa dalla diagnosi alla psicoterapia è infatti necessario fare epoché (Husserl, 1913; 1952), sospendere il giudizio su qualunque forma di etichettatura: significa privilegiare gli aspetti idiografici ai nomotetici (Windelband, 1894), i fattori protettivi a quelli di rischio. Significa oscillare, grazie ad una giusta dose di irriverenza (Cecchin, 1992), dal rigore scientifico all’immaginazione, dal dubito ergo sum alla fede nelle idee ardite, poiché é proprio attraverso le congetture audaci e le intuizioni creative che è possibile fare nuove scoperte e portare innovazioni (Popper, 1934). È in questa danza tra rigore e sregolatezza che deve muoversi, in continua enantiodromia, uno psicoterapeuta “sufficientemente buono” (Winnicott, 1958; 1964).</p>
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		<title>Il problema della diagnosi in psicoterapia</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 13:44:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tatiana Parma]]></category>
		<category><![CDATA[diagnosi e psicoterapiaterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[In Italia la legge 56/1989 in materia di &#8220;Ordinamento della professione di Psicologo&#8221;, stabilisce che l&#8217;esercizio dell&#8217;attività psicoterapeutica, in ambito pubblico o privato, sia riservata a laureati in psicologia o medicina e chirurgia, previa iscrizione al rispettivo Albo e Ordine &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/il-problema-della-diagnosi-in-psicoterapia/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a> In Italia la legge 56/1989 in materia di &#8220;Ordinamento della professione di Psicologo&#8221;, stabilisce che l&#8217;esercizio dell&#8217;attività psicoterapeutica, in ambito pubblico o privato, sia riservata a laureati in psicologia o medicina e chirurgia, previa iscrizione al rispettivo Albo e Ordine professionale. Per tale attività la legge prevede una formazione da acquisire, post lauream, mediante corsi di durata quadriennale, presso scuole di specializzazione universitarie o presso scuole private riconosciute dal MIUR (Ministero dell&#8217;Università e della Ricerca). In deroga a quanto previsto dall&#8217;art.3 della legge 56/89, i medici specialisti in psichiatria o neuropsichiatria possono richiedere l&#8217;annotazione nell&#8217;elenco degli psicoterapeuti del proprio Ordine, indipendentemente dall&#8217;aver effettuato la scuola di specializzazione in psicoterapia. Questo in virtù del fatto di essersi già formati in ambito neuro-psichiatrico e di poter prescrivere farmacoterapie. <span id="more-381"></span>Tale deroga rivela quanto sia ancora predominante, nonostante la riforma promossa da Basaglia (cfr. capitolo primo), un modello di tipo bio-medico e organicista. Nessuna norma di legge stabilisce, tuttavia, in modo chiaro, cosa sia la psicoterapia e di cosa si possa occupare. Il fatto che si ritenga una specializzazione da conseguire post lauream, dimostra che sia “qualcosa” di più di un semplice sapere, ma necessiti anche di un saper fare e di un saper essere. Da questo punto di vista, la psicoterapia assomiglia molto all’esercizio di un’arte: richiede una padronanza della tecnica e una buona conoscenza di base, ma, per “funzionare”, deve conservare la sua immediatezza e spontaneità (Madonna, 2003). Lo psicoterapeuta deve essere in grado di lavorare a livelli logici differenti (forma vs processo) e possedere, accanto alle competenze maturate nel corso del proprio percorso universitario, capacità simil-taumaturgiche. Intendendo per thaûma l’esercizio di un sapere esoterico, conferente potere e prestigio, l’etica ad esso connessa e le suggestioni che è in grado di creare (Foucault, 1963; Madonna, 2003). La psicoterapia non può essere appresa “tutta e subito”: richiede una pratica costante e la rivelazione graduale delle sue tecniche. Si acquisisce all’interno di una relazione significativa con i propri maestri e si può raggiungere solo attraverso l’osservazione, l’esercizio e la continua supervisione (Madonna, 2003).</p>
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		<title>La storia del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) e il DSM-5 (APA, 2013)</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 13:29:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tatiana Parma]]></category>
		<category><![CDATA[DSM]]></category>
		<category><![CDATA[DSM-5]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (APA: American Psychiatric Association), noto con la sigla DSM, è uno dei sistemi nosografici per disturbi mentali più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella clinica che &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/la-storia-del-dsm-manuale-diagnostico-e-statistico-dei-disturbi-mentali-e-il-dsm-5-apa-2013/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a>Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (APA: American Psychiatric Association), noto con la sigla DSM, è uno dei sistemi nosografici per disturbi mentali più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella clinica che nella ricerca. La prima edizione risale al 1952 e fu, di fatto, una replica alla classificazione ICD, redatta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1948. Da allora si sono succedute ulteriori edizioni: nel 1968 il DSM-II (con piccole modifiche nel 1973 e nel 1978), nel 1980 il DSM-III, nel 1987 il DSM-III-R (edizione rivisitata), nel 1994 il DSM-IV e nel 2000 il DSM-IV-TR (testo revisionato). Le prime due edizioni americane, che hanno risentito dell’egemonia della psicoanalisi nell’APA (American Psychiatric Association), non sono mai state pubblicate in Italia: la prima edizione italiana risale, infatti, al 1983 con il DSM-III.<br />
La task force del DSM-III, guidata da Robert Spitzer, ha lavorato per eliminare qualsiasi teoria eziopatogenetica e limitarsi alla sola descrizione di sintomi e segni. Si definisce per questo “ateorica”: lo scopo era creare uno strumento attendibile che facilitasse la ricerca e il dialogo tra i professionisti di diversi orientamenti teorici. La task force della quarta edizione (DSM-IV e DSM-IV-TR), guidata dallo psichiatra Allen Frances, ha proseguito sulla stessa linea, mantenendone i presupposti descrittivi e ateoretici.<span id="more-376"></span><br />
I codici ed i termini forniti dal DSM-IV sono completamente compatibili con quelli dell’ICD-10 (1992). Le principali differenze riguardano:<br />
- Il sistema multiassiale: presente nel DSM-IV, assente nell’ICD-10. Quest’ultimo fornisce delle linee guida diagnostiche in forma narrativa che il clinico può utilizzare in modo più flessibile.<br />
- L’ICD-10 mette la personalità schizotipica nei disturbi dello spettro schizofrenico, il DSM-IV, invece, nei disturbi di personalità.<br />
- L’ICD-10 mantiene la dicitura “sindromi nevrotiche, legate a stress e somatoformi”, il DSM-IV non utilizza più il termine “disturbo nevrotico”.<br />
- L’ICD-10 contiene due tipi di criteri diagnostici, cioè due diversi manuali: uno per il clinico, più flessibile, e l’altro per il ricercatore, più preciso, in quanto l’OMS ha ritenuto pericoloso per la pratica clinica l’adozione di rigidi criteri diagnostici, come fa, invece il DSM.<br />
<strong>IL DSM-5</strong><br />
Il DSM-5 è la sigla con cui viene identificata l&#8217;ultima edizione del DSM, la cui pubblicazione negli Stati Uniti è avvenuta a maggio del 2013. In Italia sono già presenti delle copie in lingua originale, per la traduzione si dovrà attendere ancora qualche mese. La prima differenza rispetto al precedente manuale balza subito all&#8217;occhio: si sceglie di utilizzare la numerazione araba, anziché quella romana. Il DSM-5 si contraddistingue per essere un living document, il progetto di fondo è redigere continue revisioni, apportando i numeri: 5.1, 5.2, 5.3&#8230; Questo per adeguare la struttura del manuale al pensiero postmoderno: interattivo e in continuo work in progress. L’APA ha creato, inoltre, un apposito sito per dare indicazioni e ricevere commenti e suggerimenti sulla nuova versione del manuale. La task force del DSM-5 è diretta dallo psichiatra David Kupfer.<br />
La prima grande novità della nuova edizione è l&#8217;eliminazione dei sistema multiassiale e della scala GAF (Global Assessment of Functioning, V asse). Viene invece introdotto il raggruppamento in spectrum disorders: vengono messi insieme disturbi con caratteristiche diverse, ma che condividono possibili basi neuropatologiche. La successione dei capitoli segue l&#8217;andamento del ciclo di vita: dai disturbi dello sviluppo (infanzia), a quelli che esordiscono in giovane età (spettro schizofrenico, bipolari) e, infine, a quelli neuro-cognitivi, più caratteristici dell&#8217;età avanzata (demenze). L&#8217;approccio dimensionale si associa a quello categoriale, al fine di meglio comprendere il disturbo individuale nella sua complessità. Questo cambia le visione della patologia: dalla semplice presenza o assenza al grado di sofferenza della persona, che diviene elemento centrale e maggiormente rilevante della diagnosi.<br />
Il DSM-5 viene suddiviso in tre sezioni: la prima introduce gli aggiornamenti del manuale; la seconda le diagnosi; la terza le condizioni che richiedono ulteriori ricerche, scale e strumenti, aspetti legati alla cultura e il glossario. La terza parte risulta essere quella più innovativa, per l’importanza che viene attribuita alle differenze legate al genere, alla razza e alla cultura, che diventano una prospettiva importante con cui considerare, i sintomi o i segni osservati, clinicamente rilevanti da un punto di vista psicopatologico. Le scale di valutazione possono essere auto-compilate e servono per monitorare l’evoluzione del disturbo e l’eventuale efficacia del trattamento. Questo, legato alla descrizione dimensionale della patologia, per sottolineare l&#8217;unicità della sofferenza della persona e dei suoi vissuti come elemento centrale della categorizzazione.<br />
Tra i nuovi criteri diagnostici del DSM-5 si osserva:<br />
- L’introduzione di nuove categorie per i disturbi dell’apprendimento e una categoria diagnostica unica per i disturbi dello spettro autistico, con inclusione di tutte le diagnosi dei disturbi autistici, sindrome di Asperger, disturbo dirompente dell’infanzia e disturbo pervasivo dello sviluppo. I membri del gruppo di lavoro inoltre raccomandano la modifica dell’etichetta diagnostica di “ritardo mentale”, da tramutare in “disabilità intellettuale”.<br />
- L’eliminazione delle attuali diagnosi di abuso da sostanze e dipendenza a favore della nuova categoria “dipendenze e disturbi correlati”. Questi includono disturbi da abuso di sostanza, dove ogni tipo di sostanza viene definita con la propria specifica categoria diagnostica. In questo modo sarà più semplice distinguere tra la ricerca compulsiva di sostanze (craving), nell’ambito della dipendenza (addiction vs dependence), e la normale riposta di aumento della tolleranza nei casi di pazienti che usano farmaci che alterano il sistema nervoso centrale.<br />
- La creazione di una nuova categoria diagnostica per le “dipendenze comportamentali” in cui verrà inserito il gioco d&#8217;azzardo (gambling). Alcuni specialisti hanno richiesto l’inclusione, all’interno di questa categoria, anche della dipendenza da internet, ma ancora non esistono dati sufficienti per rendere ufficiale tale inserimento. Al contrario, però, questa diagnosi verrà inserita in appendice, con lo scopo di promuovere studi sull’argomento.<br />
Funzionamento, della Disabilità e della Salute (OMS). Le scale possono essere somministrate o autocompilate, per pazienti di età inferiore agli 11 anni si chiede al genitore o al tutore.<br />
- L’inserimento di nuove scale per valutare il rischio suicidario in adulti e adolescenti, con lo scopo di aiutare i clinici ad identificare le persone maggiormente a rischio. Le scale includono criteri derivati da ricerche sull’argomento, come ad esempio l’impulsività e l’uso di alcol in adolescenza.<br />
- La considerazione di una nuova categoria di “sindromi a rischio” (risk syndromes), per aiutare i clinici a identificare precocemente eventuali disturbi mentali gravi, come demenza e psicosi.<br />
- L’inserimento della categoria diagnostica di “disregolazione del temperamento con disforia” (Temper Dysregulation with Dysphoria, TDD), all’interno della sezione dei Disturbi dell&#8217;umore. I nuovi criteri saranno basati su studi precedenti con lo scopo di aiutare i clinici a distinguere i bambini con TDD da coloro i quali presentano un disturbo bipolare o un disturbo di tipo oppositivo provocatorio.<br />
- Il riconoscimento del disturbo da alimentazione incontrollata (Binge Eating Disorder, BED) e criteri più adeguati per le diagnosi di Anoressia (AN) e Bulimia nervosa (BN). Per quanto concerne l&#8217;anoressia, viene eliminata l&#8217;amenorrea tra le condizioni per la diagnosi, così come il limite di peso. Per la bulimia si è abbassata la soglia di rilevamento: da due a una abbuffata alla settimana, protratta per tre mesi, anziché sei mesi. È stato proposto di spostare il Pica all’interno della categoria dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) specificando che le sostanze ingerite devono essere “non-alimentari” e “non-nutritive”. Sono state, inoltre, inserite nuove categorie di disturbi legati all&#8217;alimentazione.<br />
- Verranno eliminati i sottotipi di schizofrenia paranoide, disorganizzata, catatonica, indifferenziata e residua. Inoltre verrà eliminato il disturbo psicotico condiviso (la cosiddetta “folie à deux”).<br />
- Viene eliminato il criterio che siano passati almeno due mesi da un lutto per la diagnosi di episodio depressivo. Si inseriscono dei criteri per distinguere, tuttavia, la depressione dal lutto.<br />
- Viene eliminato il termine &#8220;demenza&#8221;, per le connotazioni infauste e offensive connesse al termine.<br />
Nel DSM-5 i disturbi della personalità non appartengono più al secondo asse (la diagnosi assiale è stata eliminata) e vengono trattati come tutti gli altri disturbi. Sono presenti sia nella sezione II, dove sono state riproposte le stesse categorie diagnostiche presenti nel DSM-IV-TR, sia nella sezione III dove si propone il nuovo modello “ibrido”. Lo scopo è abituare i clinici alla nuova classificazione, dimensionale e tratto specifica, e orientare la ricerca in questa direzione. La classificazione dimensionale è basata sulla valutazione della gravità dei tratti di personalità nei seguenti domini: affettività negativa, distacco, antagonismo, disinibizione vs compulsività e psicoticismo. Questi 5 domini, valutati anche su una scala dimensionale (0-4) sono ulteriormente articolabili in un totale di 28 sottodomini o “trait-facets”. Quindi, se un paziente soddisfa i criteri per la presenza di un funzionamento patologico, ma non per uno dei 6 disturbi di personalità, il clinico viene invitato a procedere alla valutazione secondo i 5 grandi domini appena elencati, per mezzo dei quali vengono descritti una serie di Personality Disorders Trait Specified (PDTs) che prendono il posto dei famosi disturbi di personalità non altrimenti specificati del DSM-IV-TR. I pazienti verranno diagnosticati anche sulla base della loro somiglianza a sei prototipi di personalità: schizotipico, antisociale, borderline, narcisistico, evitante e ossessivo-compulsivo. Mancano, e non saranno reintegrati lo schizoide, l’istrionico, il paranoide e il dipendente.<br />
<strong>Osservazioni sulla nuova edizione del DSM: il DSM-5</strong><br />
Un manuale diagnostico come il DSM può essere uno strumento utile nella ricerca e nel favorire un linguaggio condiviso tra diverse professionalità e orientamenti teorici, ma, come tutti gli strumenti, può rivelarsi estremamente pericoloso. Il primo pericolo risiede nel clinico, specie se inesperto o eccessivamente zelante nel suo utilizzo: corre il rischio di amplificare delle problematiche (falsi positivi) o scotomizzarne altre (falsi negativi). Il secondo pericolo risiede nella definizione stessa di “disturbo mentale”, che, come è stato detto in precedenza (cfr. capitolo primo), non ha nessun valore ontologico, visto che non esiste una teoria condivisa delle malattie mentali. Inoltre, il concetto di “mental disorder” è così amorfo, multiforme ed eterogeneo, che sfugge strutturalmente ad ogni possibile definizione. È un buco al centro della classificazione psichiatrica.<br />
Paradossalmente la sola definizione di disturbo mentale che ha avuto un grande e duraturo significato pratico non è mai stata formalizzata, poiché tautologica e autoreferenziale. Potrebbe essere esplicitata come: “Il disturbo mentale è quella cosa che viene curata dai clinici, studiata dai ricercatori, insegnata dai professori e per la quale le compagnie assicurative pagano” (Frances: “Aut, Aut”, 2013). Quando si utilizza una diagnosi, si corre sempre il rischio di confondere il nome per la cosa indicata, fare cioè degli errori di tipizzazione logica (Whitehead e Russel, 1910-1013). La diagnosi, infatti, essendo una forma di linguaggio, ha un fortissimo potere reificante, andando a condizionare lo stile di vita delle persone e il loro modo di vivere e sperimentarsi. Negli USA sono scoppiate tre epidemie dall’uscita del DSM-IV: un’epidemia di ADHD, un’epidemia di Autismo e un’epidemia di Disturbo Bipolare, specie dopo l’introduzione del “tipo II”. Il Disturbo Bipolare negli USA è raddoppiato in questi anni, l’Autismo è aumentato di quaranta volte e l’ADHD (“Attention Deficit Hyperactivity Disorder”, in italiano: “Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività”) è triplicato (cfr. intervista online di “State of Mind” a Frances, 2013). Ciò dà una fortissima spinta alle vendite di farmaci. Il DSM-5, aumentando il numero delle diagnosi, porta con sé il rischio di un’iperinflazione diagnostica e di una conseguente medicalizzazione di quei problemi della vita quotidiana che fanno parte dell’esistenza umana arrivando a curare anche chi è normale.<br />
L’ambizione di un sistema dimensionale è interessante e potrebbe rivelarsi utile, ma, come fa notare Frances (ibidem): &#8220;I numeri funzionano meglio dei nomi nel descrivere le cose, ma il cervello non funziona in questo modo, il nostro cervello pensa con le parole [...]. I clinici non pensano per numeri, ma per nomi. L’approccio dimensionale ai disturbi di personalità è chiaramente superiore, perché i disturbi di personalità non hanno dei confini chiari e in questo caso i numeri sono una soluzione migliore rispetto ai nomi […]. Il problema è che il DSM-5 ha sviluppato un sistema di diagnosi talmente complicato che nessuno, a parte le persone che vi hanno lavorato sopra, sarebbe stato in grado di capirlo. Sarebbe stato meglio avere un sistema dimensionale molto semplice da introdurre gradualmente, permettendo alle persone di prendervi confidenza, anziché cercare di introdurre qualcosa di così rivoluzionario che alla fine si è dovuto accantonare&#8221;.<br />
Rispetto alle nuove scale di valutazione del rischio suicidario o connesso all&#8217;esordio delle patologie, Frances aggiunge (ibidem): &#8220;La psichiatria con il DSM-5 ha imboccato la via della prevenzione proprio quando il resto della medicina si è accorta che tale via è stata ampiamente sopravvalutata. Molto spesso la prevenzione è più dannosa che d’aiuto&#8221;. A volte rischia di essere un grido di allarme anticipato, che funziona come la profezia che si auto-avvera, promuovendo un pensiero pessimistico e poco terapeutico di per sé.<br />
Analizzando il processo che ha portato alla stesura del DSM-5 e le premesse sottostanti la sua pubblicazione, la sensazione di fondo è che sia più un manuale che serva alle compagnie assicurative e a tutelare i medici, che uno strumento utile per la cura dei pazienti. L&#8217;eccessiva premura per l&#8217;accertamento delle situazioni di rischio, con il loro stato di gravità, mi ha fatto pensare a uno strumento che possa, sulla base di presunte validità, deresponsabilizzare il clinico di fronte alle compagnie assicurative o ai tribunali, qualora dovessero avverarsi previsioni infauste (suicidi, degenerazioni, aggravamenti). In questo caso l’uso di scale, molte delle quali auto-compilate, permette di fornire quei dati “pseudo oggettivi”, poiché rivestiti da numeri, che tanto vengono richiesti dai tribunali e dalle compagnie assicurative.<br />
L&#8217;aumento del numero di diagnosi e il concentrarsi sui disturbi di lieve gravità, sembra essere fatto per creare un sistema diagnostico centrato sull&#8217;individuo, sulle sue idiosincrasie e facilmente manipolabile. Gli stessi “pazienti” sono oramai sempre più desiderosi di risolvere tutto e subito con una “pillola magica” o con una certificazione che li legittimi a restare così come sono e a sfruttare i vantaggi secondari della malattia, spesso esagerata per aggirare oneri e ottenere risarcimenti. Continuo a vedere nel DSM-5, come nei precedenti manuali, un&#8217;espressione del biopotere e della biopolitica, legati alla medicalizzazione della vita e al controllo della popolazione.<br />
La mia grande preoccupazione riguarda le diagnosi in età infantile e scolare, con la relativa somministrazione di farmaci. Senza considerare i casi di disabilità più gravi, per cui risulta assolutamente necessario un intervento precoce, rimango sempre più scandalizzata dalla leggerezza con cui, anche il Italia, si facciano diagnosi di disturbo delle abilità scolastiche (in particolare di “dislessia”) o della condotta e della sfera emozionale (i cosiddetti “bambini iperattivi”). Mi sono sempre chiesta se esistano davvero questi bambini “cattivi, stupidi e indisciplinati” o se, piuttosto, manchino adulti disposti all’ascolto, capaci di contenere il loro disagio e più consapevoli dei rischi connessi ad una medicalizzazione precoce. Nella mia esperienza di tirocinante al servizio per l’età evolutiva mi sono trovata spesso a testare questi bambini: lo richiedeva la scuola, lo richiedeva la famiglia, lo richiedevano i servizi sociali stessi. Che effetto ha una certificazione nella vita di genitori, insegnanti e figli? Che adulti diventeranno questi ragazzini? Nel mio piccolo ho sempre cercato di accompagnare le “diagnosi” con dei commenti che andassero a ricontestualizzarle, rendendole delle fotografie momentanee e cercando di trasformarle in comunicazioni “utili”. Mi sono state d’aiuto, come sollecitano a fare Palazzoli Selvini, Boscolo, Cecchin e Prata (1975), le scelte dei verbi “sembrare”, “dimostrare”, anziché “essere”, per rendere più fluida e provvisoria la mia comunicazione. Nei miei pensieri le frase dello psichiatra francese Paul Claude Racamier (1978): vedere sempre “l’enfant merveilleux” che quel bambino diventerà, promuovendo le sue intrinseche capacità evolutive.<br />
Bateson, in un articolo intitolato “Ecologia e flessibilità nella civiltà urbana” (1972), sottolinea come nelle società democratiche, per tutelare le minoranze e mantenere alto il livello di flessibilità del sistema, si tenda a limitare o vietare i comportamenti scorretti, piuttosto che promuovere e incentivare quelli corretti. “Viviamo in una società che sembra preferire i divieti alle esigenze positive […] e tentiamo di difendere le libertà civili, bacchettando legalmente le forze usurpatrici. Tentiamo di proibire certe usurpazioni, ma forse sarebbe meglio incoraggiare le persone ad avere conoscenza della loro libertà e flessibilità e ad usarle spesso”. Parafrasando questa riflessione, verrebbe da aggiungere che la diagnosi ha una natura e un effetto simile alla norma giuridica: l’intenzione di proteggere e tutelare le minoranze, ma l’effetto collaterale di impedire loro di prendere percorsi diversi, perché ormai etichettati e non più libere di essere altro da sé.<br />
Bateson (ibidem) ha sempre sottolineato l’importanza di prendere consapevolezza di questi meccanismi, specialmente da parte di coloro che sono chiamati a pianificare tali norme, e aggiunge: “Noi non siamo fuori dall’ecologia (delle idee e della mente) che stiamo pianificando: ne facciamo sempre e comunque parte […]. I mezzi con cui un uomo influenza un altro uomo fanno parte dell’ecologia delle idee che governano la loro relazione e fanno parte del più ampio sistema ecologico entro il quale si colloca questa relazione […]. Il problema non è solo etico è anche ecologico. I processi ecologici non possono essere beffati”.</p>
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		<title>Disturbi dell&#8217;apprendimento: DSA</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Mar 2014 18:53:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Patrizia Tombaccini]]></category>
		<category><![CDATA[diagnosi differenziale]]></category>
		<category><![CDATA[discalculia]]></category>
		<category><![CDATA[disgrafia]]></category>
		<category><![CDATA[dislessia]]></category>
		<category><![CDATA[DSA]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla piccola Vania&#8230; perché non sempre è come sembra&#8230; La dislessia, la disgrafia e la discalculia colpiscono il 4% della popolazione scolastica: circa 350000 alunni in età dell&#8217;obbligo.  Un dato, questo, importante anche per le conseguenze che genera sul comportamento e &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/patrizia-tombaccini/disturbi-dellapprendimento-dsa/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-left: 18.0pt; text-align: justify;"><em><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-311" alt="psico4-150x1501" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a></em><em>Alla piccola Vania&#8230; perché non sempre è come sembra&#8230;<br />
</em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 18.0pt; text-align: justify;">La dislessia, la disgrafia e la discalculia colpiscono il 4% della popolazione scolastica:<span style="mso-spacerun: yes;"> </span>circa 350000 alunni in età dell&#8217;obbligo.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Un dato, questo, importante anche per le conseguenze che genera sul comportamento e sulla personalità dei bambini che vengono colpiti da tali disturbi.<br />
Studi recenti hanno dimostrato una correlazione tra le difficoltà di apprendimento, il disagio sociale, l&#8217;abbandono scolastico, il bullismo, abusi di sostanze alcoliche e stupefacenti e alcune manifestazioni di delinquenza in età giovanile.<br />
Appare quindi necessario intervenire, quanto prima, per diagnosticare il disturbo ed elaborare opportuni correttivi.<span id="more-350"></span><br />
La Consensus Conference, al <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>lavoro dal 2006, ha visto la partecipazione di 10 società scientifiche italiane tra cui l&#8217;Associazione Italiana Dislessia e la Associazione per la Ricerca e l&#8217;Intervento nella psicologia dell&#8217;Apprendimento ed ha elaborato il documento: &#8220;<span style="text-decoration: underline;">Disturbi Evolutivi Specifici di Apprendimento</span>&#8220;.<br />
L&#8217;Ordine degli Psicologi ne ha preso atto, così come l&#8217;Istituto Superiore di Sanità,<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>specificando che il DSA è oggetto di interesse e competenza <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>dello psicologo.<br />
Nasce spontanea una riflessione: se il DSA è così diffuso e può determinare conseguenze devastanti, come mai non viene preso in maggior considerazione?<span style="mso-spacerun: yes;"><br />
</span>Ricordiamo che per diagnosticare un DSA dobbiamo avere a che fare con un alunno normodotato che non &#8220;riesce&#8221; nel suo percorso di apprendimento e non tiene il passo con il gruppo classe.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>L&#8217;alunno in questione svilupperà, a causa dell&#8217;insuccesso scolastico, vissuti emotivo-relazionali frustranti che lo porteranno a manifestare comportamenti più o meno problematici in proporzione a quanto la famiglia, la scuola avranno saputo intervenire<span style="mso-spacerun: yes;"> </span>in modo specifico e corretto sul bambino.<br />
La Legge 8 ottobre 2010 n° 170 &#8220;Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico&#8221; riconosce le difficoltà dei bambini con DSA,<span style="mso-spacerun: yes;"> </span>individua <i style="mso-bidi-font-style: normal;"></i><b style="mso-bidi-font-weight: normal;">come</b><span style="mso-spacerun: yes;"> </span>vanno diagnosticati gli alunni, quali criteri seguire, e indica all&#8217;istituzione scolastica e sanitaria comportamenti e obblighi da seguire.<br />
Nel luglio 2011 sono stati elaborati 2 documenti normativi:<span style="font-family: Symbol; mso-fareast-font-family: Symbol; mso-bidi-font-family: Symbol;"><span style="mso-list: Ignore;"><br />
-</span></span>indicazioni per la diagnosi e la certificazione diagnostica dei DSA (accordo stato-regione);<br />
-linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con DSA (MIUR).<br />
Il primo documento dà indicazioni alle Regioni sui compiti dei servizi sanitari e sull&#8217;utilizzo di specialisti privati. La diagnosi, infatti può essere effettuata con il coinvolgimento di: Neuropsichiatra infantile, Psicologo, Logopedista.<br />
Lo psicologo, per sua specifica competenza, elabora la diagnosi, fornisce consulenza e sostegno psicologico ( anche alla famiglia e alla scuola), infine, con la presa in carico del soggetto, elabora un piano di trattamento cognitivo-riabilitativo, valutando l&#8217;opportunità di collaborare con altri esperti.<br />
Il secondo documento fornisce indicazioni ben dettagliate di tipo didattico-pedagogico per gli insegnanti.<br />
Il 25 luglio 2012 c&#8217;è stata l&#8217;approvazione dell&#8217; Accordo Stato-Regioni sui Disturbi Specifici dell&#8217;Apprendimento e, in questa sede, si è ribadita l&#8217;importanza di attivare un percorso di potenziamento delle capacità di apprendimento dell&#8217;alunno <span> </span>in difficoltà, prima di effettuare la diagnosi e l&#8217;eventuale iter riabilitativo.<br />
<strong>Spesso, infatti, il DSA è confuso con altre situazioni di disagio legate a situazioni transitorie (assenze, problemi di relazione con insegnante e/o compagni, malattie, deficit sensoriali, svantaggio socio-culturale&#8230;), che non escludono la presa in carico, ma hanno modalità  di approccio diverse e non rientrano nella normativa specifica sopraccitata.<br />
</strong>Come si afferma nella Consensus Conference &#8220;la principale caratteristica di definizione della categoria nosografica di DSA è quella della <span style="text-decoration: underline;">specificità</span> <span> </span>intesa come un disturbo che interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo, ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. Il principale criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della discrepanza tra abilità nel dominio specifico interessato e l&#8217;intelligenza generale che è adeguata all&#8217;età cronologica&#8221;.<br />
La diagnosi terrà conto:<br />
-degli strumenti standardizzati per valutare il profilo cognitivo;<br />
-dell&#8217;esplorazione delle funzioni neuro-psicologiche sottese nei processi di apprendimento;<br />
-della memoria di lavoro;<br />
-delle capacità di attenzione e concentrazionedelle abilità visuo-spaziali;<br />
della abilità nell&#8217;organizzazione temporale delle informazioni.<br />
Per completare la valutazione è necessario comprendere <span> </span>lo stato emotivo del bambino e l&#8217;influenza che esso ha nella formazione della personalità dell&#8217;alunno.<br />
I DSA si generano e si correlano a disturbi del linguaggio: la componente fonologica sub-lessicale è coinvolta soprattutto nella letto-scrittura, per cui risulta necessario il trattamento logopedico nei primi anni della scuola primaria e comunque prima degli 8-9 anni.<br />
In modo parallelo lo psicologo procederà al potenziamento cognitivo, analizzerà la sfera emotivo-relazionale elaborando<span> </span>i vissuti ansiogeni, in modo puntuale ed accurato, dando spazio anche al coinvolgimento familiare a cui fornirà supporto e sostegno.<br />
Per quanto concerne le competenze<span> </span>matematiche, la cui padronanza è legata alle abilità visuo-spaziali<span>  </span>e dai domini specifici, l&#8217;alunno in difficoltà necessita<span> </span>di un<span> </span>investimento motivazionale e di opportune strategie di apprendimento.<br />
I &#8220;non addetti ai lavori&#8221; tendono<span>  </span>a compensare le difficoltà dei DSA forzandoli ad impegnarsi ove non riescono, come fosse un problema di &#8220;cattiva volontà&#8221; e quindi da &#8220;punire&#8221;. Ciò comporta inevitabilmente reazioni negative e di resistenza al cambiamento da parte del bambino e spesso della famiglia.<br />
Agire sul comportamento finale senza avere chiara la diagnosi e dunque concausa del<span>  </span>&#8220;problema&#8221; oltre a risultare <span> </span>estremamente frustrante. E&#8217; fondamentale<span>  </span>invece trovare le cause del disturbo , cercare di risolverlo e trovare il modo di rendere efficace il processo di apprendimento.<br />
Dunque è stato dimostrato che, alla base dei disturbi in età evolutiva ci sono 3 elementi che devono svilupparsi e lavorare in modo sinergico: il sistema neurologico, bio-chimico e l&#8217;emotività.<br />
La mente, la volontà la concentrazione e l&#8217;attenzione al compito possono migliorare e modificarsi se il sistema nervoso matura in modo efficace. Le reazioni bio-chimiche possono migliorare anche con una corretta alimentazione (omega 3, soprattutto). Studi recenti hanno dimostrato una correlazione tra certi alimenti che possono migliorare o peggiorare le reazioni immunitarie ed emotive.<br />
Le emozioni, le relazioni significative fanno parte del nostro &#8220;essere al mondo&#8221;, sono le basi con cui costruiamo il nostro adattamento all&#8217;ambiente. Se il sistema adattivo trova ostacoli nella capacità di produrre risposte affettive ed emotive questo &#8220;malessere&#8221; si ripercuote e va ad interferire con il sistema corporeo e cognitivo.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 18.0pt; text-align: justify;"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 18.0pt; text-align: justify;"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></p>
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		<title>Alle radici dell&#8217;epistemologia sistemica: la teoria dei sistemi viventi.</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Sep 2013 19:30:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riflessioni sul libro di F.Capra “La Rete Della Vita” (Ed. Rizzoli, 1997). “La rete della vita” di Fritjof Capra[1] è stato certamente uno dei libri che più ha inciso nella mia formazione culturale, umana e professionale. Come tutti gli incontri &#8230; <a href="http://www.psicologiatreviso.it/tatiana-parma/alle-radici-dellepistemologia-sistemica-la-teoria-dei-sistemi-viventi/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';"><a href="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-311" title="psico4-150x1501" alt="" src="http://www.psicologiatreviso.it/wp-content/uploads/2013/09/psico4-150x15011.jpg" width="150" height="150" /></a></span>Riflessioni sul libro di F.Capra “La Rete Della Vita” (Ed. Rizzoli, 1997).<br />
“La rete della vita” di Fritjof Capra<a style="mso-footnote-id: ftn1;" title="" href="#_ftn1" name="_ftnref1"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[1]</span></span></span></span></span> <span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';">è stato certamente uno dei libri che più ha inciso nella mia formazione culturale, umana e professionale. Come tutti gli incontri importanti è avvenuto, per caso (o forse dovrei dire “caos” in riferimento all’omonima teoria) nel 1998, un anno dopo la sua pubblicazione e, da allora, ha assunto la funzione di attrattore, ossia di guida e ispirazione personale (in matematica gli attrattori sono dei punti fissi, al centro di un sistema di coordinate, che attraggono la traiettoria, ne determinano cioè la forma).<span id="more-310"></span><br />
Il titolo trae spunto da una riflessione di Ted Perry<a style="mso-footnote-id: ftn2;" title="" href="#_ftn2" name="_ftnref2"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[2]</span></span></span></span> che, ispirandosi al capo indiano Seattle, recita: &lt;Tutto ciò che accade alla Terra, accade ai figli della Terra. L’uomo non tesse la trama della vita; in essa egli è soltanto un filo. Qualsiasi cosa fa alla trama, l’uomo la fa a se stesso&gt;. Frase che riassume e riprende molte riflessioni a cui è giunto anche Bateson<a style="mso-footnote-id: ftn3;" title="" href="#_ftn3" name="_ftnref3"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[3]</span></span></span></span> in “Verso un’Ecologia della Mente” (1976) e “Dove gli Angeli Esitano” (1989).<br />
Capra descrive come il principale interesse della sua vita di fisico sia stato il cambiamento radicale dei concetti e delle idee della fisica, che ha avuto luogo nei primi decenni del XX° secolo e che è ancora in via di elaborazione nelle attuali teorie della materia. Queste nuove concezioni hanno portato ad un profondo cambiamento nella nostra visione del mondo: dalla visione meccanicistica di Cartesio e Newton ad una visione olistica ed ecologica. Un mutamento di paradigma di portata così vasta da interessare tutto lo scibile e da portare ad una profonda crisi emotiva ed esistenziale tra gli scienziati, proprio come succede nel “Mito della Caverna” di Platone.<br />
Il processo di conoscenza induce, infatti, sempre ad una crisi (gr. krisis: scelta, decisione) che, se superata, conduce ad un nuovo ordine dal caos (entropia negativa, aspetti costruttivistici, creatività, autopoiesi). Sono emersi, quindi, nuovi valori integrativi come: la conservazione, la cooperazione, la qualità e l’associazione e un nuovo modo di pensare che rifugge l’autoassertività (o affermazione del Sé) con il suo operare razionale, analitico, riduzionistico e lineare, in favore dell’intuizione, della sintesi, dell’olismo, della circolarità e… della sacralità. Il merito di Capra è stato quello di spiegare nel modo più semplice possibile concetti difficilissimi, di solito appannaggio di pochi eletti, sulle cui fondamenta poggia la Teoria dei Sistemi Viventi o Ecologia Profonda. Paradigma dominante del XXI° secolo e fonte di ispirazione anche del Milan Approach<a style="mso-footnote-id: ftn4;" title="" href="#_ftn4" name="_ftnref4"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[4]</span></span></span></span> e della Cibernetica di Secondo Ordine.<br />
Il grande salto da un pensiero lineare a uno circolare si deve alla teoria dei quanti (Heisenberg et al.) negli anni ’20: a livello subatomico gli oggetti materiali solidi della fisica classica si dissolvono in schemi ondulatori di probabilità. Questi schemi, oltretutto, non rappresentano probabilità di “cose”, ma piuttosto probabilità di interconnessioni. Nella teoria dei quanti la materia (le cose) lascia il posto ad una trama complessa di relazioni, dal concetto di massa, tempo e spazio si passa a quello di energia ( la massa non è altro che una forma di energia, vi sono evidenti somiglianze tra la struttura della materia e la struttura della mente).<br />
Per descrivere questi fenomeni, negli anni ’60 e ’70, si è dovuta fondare una nuova matematica. La matematica della complessità, che comprende la teoria del caos (E. Lorenz, Y. Ueda et al.) e la geometria frattale (B. Mandelbrot, Kock et al.). La nuova matematica è una matematica delle relazioni e delle configurazioni (patterns) è qualitativa piuttosto che quantitativa, è un “linguaggio per parlare di nuvole”, allo scopo di descrivere e analizzare la complessità delle forme nel mondo naturale attorno a noi. Per comprenderla è necessario, infatti, visualizzarla, in questo ci sono stati d’aiuto i moderni calcolatori, le teorie cibernetiche e la scoperta dei numeri complessi e immaginari (le radici quadrate dei numeri negativi sono dette “immaginari”, nell’insieme dei numeri complessi ci sono tutte le combinazioni tra numeri reali e immaginari).<br />
Furono, tuttavia, i concetti di sistema aperto e teoria generale dei sistemi di Ludwig von Bertalanffy che, negli anni ’40, consacrarono il pensiero sistemico come importante movimento scientifico. Ludwig von Bertalanffy cominciò la sua carriera come biologo a Vienna, negli anni ’20. Aderì al Circolo di Vienna e, fin dall’inizio, estese il suo lavoro a tematiche filosofiche più ampie. Nel 1968, poco prima di morire, pubblicò la sua “Teoria Generale dei Sistemi”, una teoria formale dei sistemi viventi, che sono aperti, a differenza di quelli non viventi, in cui non vale la seconda legge di termodinamica (entropia), soggetti ad un equilibrio che fluisce (metabolismo proprio), capaci di autoregolazione e autoorganizzazione. Idea perfezionata da Ilya Prigogine (chimico e fisico di origine russa, premio Nobel) con la sua teoria delle strutture dissipative (nei sistemi aperti la dissipazione diviene una sorta di ordine, esistono punti di instabilità in cui possono emergere nuove forme di ordine).<br />
Il grande merito di aver unificato i contributi dei biologi organicisti e dei cibernetici si deve a Umberto Maturana, negli anni ’60, e al suo allievo Francisco Varera, studiosi cileni di neuroscenze (teoria di Santiago, anni ’70 e ‘80), grazie al concetto di autopoiesi, cioè produzione di sé (gr. poiesis: produzione, ma anche poesia). L’intera rete della vita produce continuamente se stessa, nei sistemi viventi il prodotto del loro operare è la loro propria organizzazione (mente come processo). La cognizione diventa un fenomeno biologico, i sistemi viventi sono, infatti, sistemi cognitivi, la mente è l’essenza stessa di essere vivi. Questa organizzazione è valida per tutti gli organismi, con o senza sistema nervoso. La mente diventa sinonimo di processo e la cognizione si fa azione incarnata. “Essere in relazione” vuol dire “conoscere”, l’intelligenza riconquista le sue componenti emotiva e creativa, che hanno l’importante funzione di mediare l’interazione uomo-ambiente.<br />
Questi spunti, come tanti altri contenuti nel libro, ci restituiscono un senso di integrità e danno fondamento a molte intuizioni religiose, artistiche e mitologiche che la scienza moderna aveva sempre accantonato. Questo libro, inoltre, si integra perfettamente con i contributi di Bateson e del Milan Approach. Come psicologa clinica apprezzo il rigore metodologico con cui si è arrivati ad un’impostazione costruttivista e ad una prospettiva ecologica, che “a pelle” mi sono sempre sentita di “abbracciare”. Come apprezzo l’idea di spiritualità immanente e di mente come processo, che restituisce dignità alla Natura (Dio), alla sofferenza (patologia del sistema), ma anche alle potenzialità innate presenti in ciascuno di noi quando ci relazioniamo in modo autentico, responsabile e rispettoso con il nostro ambiente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div id="ftn1" style="mso-element: footnote;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[1]</span></span></span></span><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';">Fritjof Capra: Americano, ha studiato fisica a Vienna e ha consacrato la sua attività specialistica al campo delle alte energie. È autore di numerosi libri dove indaga gli aspetti filosofici del pensiero scientifico, fra cui il bestseller mondiale &#8220;Il Tao della fisica&#8221; (Ed. Adelfi, 1982).<br />
</span><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-hansi-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[2]</span></span></span></span></span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">Ted Perry è professore universitario di cinematografia, ha diretto la &#8220;sezione film&#8221; al Museo di Arte Moderna a New York. Ha pubblicato diversi articoli sulla relazione tra film e arte moderna e sui più importanti registi.</span><a style="mso-footnote-id: ftn3;" title="" href="#_ftnref3" name="_ftn3"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;"><br />
[3]</span></span></span></span></span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">Gregory Bateson (1904-1980): è stato un biologo, antropologo, sociologo e psicologo britannico. Si laureò in biologia, ma ben presto il suo interesse passo dalle scienze naturali alle scienze sociali. Fu famoso per aver spiegato la teoria del doppio legame sulla schizofrenia (scuola di Palo Alto). Bateson può essere considerato il padre della terapia familiare ad orientamento sistemico.</span><a style="mso-footnote-id: ftn4;" title="" href="#_ftnref4" name="_ftn4"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;"><span style="mso-special-character: footnote;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif'; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-hansi-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;"><br />
[4]</span></span></span></span></span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';">Il</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';">Milan Approach, o più precisamente la Scuola di Milano, è un modello sistemico di terapia familiare. I riferimenti teorici della Scuola di Milano sono: Bateson, la Scuola di Palo alto, la teoria generale dei sistemi, la cibernertica di secondo ordine e il costruttivismo. Gli iniziatori di questo modello furono: Mara Selvini Palazzoli, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Calibri','sans-serif';"><br />
</span></p>
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